ATTRAZIONE INEVITABILE
LAGO DEL TRUZZO – PIZZO CAMOSCIE – LAGO NERO – OTTOBRE 2025
Alcune montagne le scegli molto prima di salirle.
Ci sono montagne che non programmi.
Ti restano addosso.
Il Pizzo Camoscie è nato così: uno sguardo rubato durante un’altra escursione, una curiosità lasciata in sospeso e quella sensazione difficile da spiegare — che prima o poi sarei dovuta tornare.
Dal Passo di Alpigia lo vedevo selvaggio, fuori portata.
Nessun sentiero evidente. Nessuna traccia chiara.
La domanda è arrivata immediata: si salirà?
La risposta sarebbe arrivata giorni dopo, davanti a uno schermo.

La passione si fa sentire ancora di più. Le antenne di questa testolina di lumaca si drizzano quando sente parlare o vede delle montagne selvagge e itinerari di esplorazione, senza sentieri e poco o nulla frequentati. Con tutte le conseguenze del caso, nel bene e nel male.
La probabilità di un dietrofront aumenta e bisogna far pace con delle eventuali rinunce. Certo, le mete più gettonate piacciono anche a me, tuttavia c’è una curiosità innata che aumenta esponenzialmente in presenza di cime sconosciute, o quasi. La solitudine è certa. Per me non è un problema, anzi.
Sento una pace interiore difficilmente traducibile a parole in quegli ambienti.
Nel caso del Pizzo Camoscie è arrivato un, non dico colpo di fulmine, ma contemplare questa sorta di mini Resegone dei poveri al ritorno dal Pizzo Quadro (in estate) mi ha fatto un effetto strano. Ho sentito un’attrazione per questo monte appena l’ho visto, transitando per il Passo di Alpigia.
Ha un aspetto roccioso aspro e potevo intravedere un profilo dentellato a strapiombo sulla diga del Truzzo. Un balcone privilegiato sulla Valchiavenna, parte della Valtellina e della catena Mesolcina. Signore e signori, mi batte il cuore, cos’altro fa se non battere forte?
Qui gatta ci cova!
L’osservo attentamente.
Il cervello della gatta dà il via all’indagine mentale: chissà se è possibile risalire questo bel ragazzo? Dove sarà la vetta? Quante cime ci sono?
All’apparenza sembra un tantino ostile, è probabile che non ci siano dei sentieri.
Più tardi, a casa, apro Tinder e lo cerco.
«Come ti chiami, tesoro?»
«Pizzo Camoscie.»
«Ora sbircio il tuo profilo! Ah, non hai dei sentieri. Peccato…»
Immagino la vista spettacolare da lassù, mi piacerebbe tanto, ma tanto tanto poter ammirare il panorama dalla vetta. Che aspetto avrà nell’altro versante che non riuscivo a vedere?
Ho accantonato il Camoscie dentro un universo parallelo. Universo gattaro, popolato da innumerevoli cime dove andare ad affilarsi le unghie. La fine del soggiorno in quell’universo non si è fatta attendere troppo. Quando ho condiviso il racconto sull’uscita del Pizzo Quadro e del Lago del Truzzo sui social mi è arrivata una foto dalla vetta del Camoscie.
In pratica, un colpo al cuore.
Un fulmine a ciel sereno che mi ha fatto esplodere di gioia.
Ho indagato e ottenuto indicazioni e foto di qualche raro gatto che lo conosceva.
In seguito ho raggiunto il paradiso quando ho realizzato che si trattava di una montagna per me fattibile, allo stato delle mie capacità attuali e dell’attrezzatura disponibile (scarponi, bastoncini, piedi, mani e caschetto).
Attenzione, la fattibilità non è sinonimo di facilità.
In un ambiente simile, con tutte le caratteristiche e insidie del caso, è tutt’altra cosa. Ma una possibilità si traduce in potercela fare e questo è quanto basta per organizzare una spedizione himalayana. Lo so, è un parolone e mi prendo in giro da sola, ma nel mio piccolissimo significa tanto buttarsi all’avventura in un giro del genere, tra l’altro in solitaria.


Ho studiato e fatto tante considerazioni. Ho tenuto conto dell’avvicinamento lungo (più di due ore) e che mi conveniva parcheggiare il catorcio il più in alto possibile. In fase di pianificazione ho scovato un piccolo parcheggio in prossimità della chiesa di San Bernardo. Bene!
Mi tocca poi risalire tutta la valle del Drogo, parecchio interessante nella stagione del foliage, la cui bellezza aiuterà a far scorrere meglio la lunga mulattiera che mi porterà alla diga del Truzzo.
Passo dall’Alpe Cornera con le sue baite molto carine, mi fermo per una breve chiacchierata con i titolari di una baita ristoro e mi dirigo verso il lago.
Che meraviglia! Con la luce del mattino vedo il lago da un’altra prospettiva. Mi trovo esattamente a sud, dall’altra parte del Pizzo Camoscie che si erge imponente alla mia destra.
Mi fermo e mangio qualcosa a “bordo piscina”. Fa quasi caldo.
La neve è arrivata sulle cime verso il confine con la Svizzera, eppure la mia destinazione ne è sprovvista, come pensavo.
Individuo facilmente il canalone Ovest che devo risalire, la Val dal Caürghion.
Da sotto sembrava già poco invitante.
Da vicino era peggio.


Mi attende una risalita a tratti abbastanza ripida lungo questo canale che, chiamarlo sfasciumoso sarebbe quasi un complimento. Madonna, qui farò una prima esperienza su cosa vuol dire risalire un canalone selvaggio e molto ripido, ricoperto di pietrame mobile. Anzi, preferisco chiamarla pietraglia.
Pietraglia indecente che dovrebbe essere vietata. Si muove tutto, ma veramente tutto! Anche quello che credevo non si muovesse più di tanto.
Dunque, non mi posso fidare di nulla, perché SI MUOVE TUTTO!
L’ho già detto?
Nel frattempo inizio a pensare:
Ahah, cara Vera, ti divertirai tantissimo in discesa e piangerai le tue ginocchia, perché si consumeranno fino all’osso!
Ho visto e quasi toccato delle ragnatele niente male. E, nonostante il mal di testa che era questo canale, mi sentivo viva, alla scoperta di un altro pianeta fantastico.
A un certo punto il canale piega decisamente a destra e arrivo poi ad una biforcazione, dove mantengo la destra e in poco tempo arriverò alla sella che divide le due cime più alte del Pizzo Camoscie. La cima Sud è a destra, leggermente più bassa e la cima Nord, la vetta, è a sinistra.
L’obiettivo è arrivare in vetta, ma voglio anche fare un salto alla cima Sud. E qui ci sarebbe da aprire una parentesi. So (per dire) come si sale in vetta, per quanto riguarda la cima Sud invece non ne ho idea, è un optional. L’unico modo di risalire questa cima sarebbe quello di costeggiare i blocchi rocciosi e portarsi in fondo a sinistra dove è possibile risalire il pietrame (sicuramente mobile pure questo). Ebbene, il mio cervello ha escluso in automatico la possibilità di andare in fondo e dover districarmi in mezzo ad altra pietraglia assassina!
La mente ha cercato l’arrampicata. Era interessata a scovare degli appigli esposti tra i grossi massi verticali che portano direttamente in vetta.
Osteria… ma sono capace di salire questa roba qua?


È esposto, più a destra c’è pure lo strapiombo!
Intanto provo a vedere. Inizio a portarmi su, sfrutto qualche micro cengia e mi accorgo che è più difficile di quanto potesse sembrare, osservando da sotto. Le distanze tra appigli sono significative per me. Faccio fatica ad arrivare su.
Arrivo a circa due metri dall’uscita in vetta e mi guardo intorno. Sono molto esposta, non ho più margine di manovra, tra l’altro, e a circa un metro o due a destra c’è uno strapiombo. Meglio che scendo, va!
E anche la discesa in disarrampicata non è stata semplice. Con calma, realizzando dentro di me che, a tirarmi su ancora, avrei delle possibilità concrete di caduta in mancanza di appigli stabili e vicini tra di loro.
Allora ho deciso di lasciar perdere quei due metri.
Una volta a terra tiro un sospiro di sollievo, inizio un ulteriore tentativo su altri blocchi spostati leggermente a sinistra, ma anche quelli sono lisci e gli appigli distanti. Finalmente comprendo che sarei potuta andare in fondo (Eureka!) e risalire la pietraglia, ma ormai non avevo più voglia.
Basta, ho già dato!
Il tempo passa e voglio concentrarmi sulla vetta.
Di nuovo alla sella, è ora di andare a sinistra in direzione della vetta. So che la devo aggirare verso Est per poi trovare la linea di salita che arriva all’ometto. La cosa che non mi sarei aspettata era quella di faticare nel cercare il punto di accesso. Pensavo fosse più ampio.
Le “roccette” non dovrebbero essere difficili da risalire, ma trovare quelle giuste?
Faccio due tentativi in diversi punti, ma anche qui si rivelano dei blocchi grossi, lisci e con eventuali appigli troppo distanti tra di loro. Mi rendo conto che una cosa è guardare le pareti ed eventuali vie di salita dalle foto, da lontano, un’altra cosa è guardarle da vicino, con il naso appiccicato. Cambia la prospettiva, cambiano le proporzioni. Alla fine bisogna osservare tutto da vicino, in loco.
Sale la frustrazione. Inizio a pensare che non riuscirò più a trovare l’accesso.
Invece, ancora una volta, devo andare più in fondo, spingermi in avanti.
Ho trovato lo spot! Era ora!
Osservo con attenzione e capisco che in quel punto gli ultimi sforzi sono fattibili e cerco in tutti i modi di memorizzare e trovare dei riferimenti per la discesa, fondamentali per non mettermi in difficoltà da sola.
Finalmente sono in vetta al Pizzo Camoscie. Wow!
La felicità è assoluta, ho un panorama tremendamente stupefacente davanti ai miei occhi! Un sogno divenuto realtà. Non ci sto nella pelle!

Osservo bene la cima Sud davanti a me, dove sono appena stata, e mi siedo per mangiare. Sto ferma e penso: Vera, cosa pensavi di fare, in libera su quei blocchi?
Sfoggio le mie frittelle con orgoglio (che goduria), fritte con amore il giorno prima. E mentre mangio, proprio di gusto e affamata come pochi, sento uno slogan che rimbomba nella mia mente, a nastro:
«Non vendiamo sogni, ma solide realtà!»
E più che uno slogan, è diventato un mantra. Non chiedetemelo perché!
Sento soltanto di essere fuori come un balcone, e va bene così. Sarà l’estasi e la gioia!
Non volevo più andarmene! Il meteo era più che perfetto in vetta. Ero senza parole, a parte il mantra che continuava a girarmi in testa:
«Non vendiamo sogni, ma solide realtà.»
A malavoglia inizio la discesa e presto ritornano i dolori del canalone. Ero una lumaca a scendere e non vedevo l’ora di mettere le zampe giù al Lago del Truzzo su terreno pianeggiante. Oh, finalmente inizia la parte “relax” della giornata (lo era veramente, in confronto a quanto fatto prima).
Mi merito una passeggiata nel sentiero attorno alla diga. Ho voglia di salire e andare a curiosare al lago Nero, un lago naturale dove ho provato l’ebbrezza di essere sulle “sabbie mobili” inaspettatamente.



Hai fatto trenta, fai trentuno, no?! Essendo ormai all’ombra, non ho trovato questo lago così interessante, complice anche la palta in riva che non vedeva l’ora d’ingoiarmi viva!
Mi sono spinta fino al rifugio Carlo Emilio e poi sono tornata indietro, preparandomi per affrontare una discesa infinita. Tutto questo, non senza una fermata alla casa dei guardiani della diga del Truzzo. Ho davanti a me la grande piazzola dell’elicottero e sono arrivata giusto in tempo per godere dei colori e riflessi della luce del tramonto sulle alpi.
Ero su un balcone panoramico stupendo. Perfetto.
Avevo una voglia sfrenata di invadere quella piazzola vuota e sdraiarmi in mezzo all’H. Ero osservata, purtroppo. Dopo le piccole fantasie, non rimane che scendere al buio. Come al solito.

Sono davvero felice per quest’avventura.
Ho vissuto sogni e solide realtà.
Postumi
Dove
Catena Mesolcina – Alpi Lepontine
Linea seguita
San Bernardo – Valle del Drogo – Lago del Truzzo – Pizzo Camoscie – Lago del Truzzo – Lago Nero – San Bernardo
Dislivello +
Circa 1400 m
Sviluppo
Bella domanda!
Durata
Troppo e troppo poco
Stato fisico
Camminata sulle uova – livello avanzato
Canalone 1 – Ginocchia – 0
Stato mentale
Totalmente arresa alle tecniche di seduzione del Pizzo Camoscie
Bliss totale in vetta
Modalità
In solitaria
Compagni
Sabbie mobili
Pietraglia assassina
VerA
Impervia










