Fuori Quota

FUORI QUOTA

ME-MO – TREKKING MEDA – MONTORFANO – APRILE 2025

Il piano B era il piano A.
Pioveva.
Per giorni.

La montagna sembrava aver chiuso la porta.

Così cercai un piano B.
O almeno, era quello che credevo.

Perché non stavo rinunciando all'avventura.
Stavo rinunciando soltanto alle quote.

Solo molto tempo dopo avrei capito che quei boschi, quel fango osceno, quella cascina abbandonata e quel ritorno nel buio sotto la pioggia non erano una parentesi.

Era già la strada. Io ancora non lo sapevo.

Piove. Piove. Piove ancora. La montagna, stavolta, la vedo col cannocchiale. Mi dispiace.

Così cercai un piano B. E alla fine vissi una Pasqua con i “controfiocchi”.
Nuova espressione inventata per riassumere un’esperienza abbastanza mistica, spirituale, tremenda (in positivo), dura, infinita, pazza, fuori dagli schemi (per me), ma anche di una crescita interiore e di una consapevolezza che sento finalmente mia.

E non propriamente in montagna, ma nei boschi.
Una prova di resistenza fisica e mentale e, soprattutto, un viaggio dentro quell’anima misteriosa che abita questo corpo effimero e che sto imparando a conoscere sempre di più.

Sono sola. Ho la libertà di gestire questi giorni di pausa come voglio io.
Zero regole, zero voglia di seguire ciò che è accettabile fare, quello che “va bene”, secondo il “pensiero comune” molto giudicante. Con un meteo indegno che… lasciamo perdere.
Voglio andare in montagna, ma non mi sembra il caso. 
Allora mi viene in mente un’idea alternativa: faccio una cosa tranquilla (come no?).
E se tentassi il sentiero Meda – Montorfano?
Se vuoi fallo, però con il fango che ti ritrovi nei boschi non durerai nemmeno mezz’ora, dico a me stessa.

Ok, vado! Parto da Cabiate, subito dopo Meda.
Un’esperienza alternativa tra boschi, fango perenne, guadi improponibili e tanti km. Troppi.
Mi alzo tardi, faccio quattro calcoli, cioè mi rendo conto di cosa mi sto mettendo in testa di fare, controllo le previsioni meteo per l’ennesima volta e calcolo che tornerò al buio e di notte. È prevista pioggia dalle 20:00. Preparo lo zaino come se non ci fosse un domani e parto.

Ore? Forse l’una di pomeriggio. Ma chi ha bisogno di guardare l’orologio per fare una camminata così lunga? Vivo il momento seguendo l’intuito e questo mi basta per la giornata che sto per vivere.

Imbocco il sentiero dei Ponticelli a Cabiate, percorro il collegamento fino alla ME-MO passando dal laghetto della Mordina e a breve troverò una cascina abbandonata con annesso fienile, tutta da esplorare! La Cascina Belvedere a Mariano Comense.
Come se non fossi partita abbastanza tardi, faccio questa deviazione, e, da amante non praticante di urbex (è rischioso, soprattutto da sola), decido di fare un’eccezione e andare a capire se c’è qualcuno o se la cascina invece è libera. Con la pioggerellina in atto non credo che ci sia qualcuno, ma fatemi arrivare all’ingresso. 

Cerco di memorizzare il percorso nell’eventualità di dover scappare tra l’erba alta e una recinzione già rotta. Non si sa mai. Non c’è nessuno, si entra e ci si muove con molta cautela, facendo attenzione a dove metto i piedi, perché esplorare questo genere di posti non è uno scherzo. Una svista può costare cara. 

Mi muovo tra le varie stanze, alcuni bagni e un numero indefinito di graffiti, dove spiccano i sempre presenti falli. Il pensiero ricorrente diventa:
E la miseria, ma che fissazione avete con il pene?

Trovo anche alcuni graffiti, a mio avviso non male, e uno particolare mentre salgo al piano superiore che intima: “Rispetta gli spiriti”.
Ok, va bene. Non arrabbiatevi, però!
Mi viene spontanea la domanda: Quanti ce ne saranno al piano di sopra?

All’ultimo piano e dopo il divieto mentale autoimposto di non salire la scala retrattile aperta e spalancata che conduce al sottotetto, cosa faccio? Finisco la perlustrazione della cascina e ritorno sui miei passi.
La scala.
Mi incuriosisce troppo. Allo stesso tempo sento un pizzico di paura. La tasto bene bene per capire se cade, se si stacca. Non si stacca.
Salgo pianissimo e do una sbirciata su, voglio scoprire cosa c’è oltre il buio. Mi accontento di guardare solo con la testa ed è già tanto. Alla fine non c’è niente di speciale, in base a quello che riesco a osservare. Oltre a dei materassi squarciati c’è il ripieno dei materassi in giro dappertutto. E il buio.

Scendo subito. Il cuore batte, non a mille, ma quasi. Avrei bisogno di un giorno intero per raccontare tutto quello che ho vissuto in questo posto dimenticato dal mondo. Dopo un sopralluogo al fienile, più decadente e fragile rispetto alla cascina, e dove trovo un messaggio apprezzato, proseguo verso la meta – Montorfano, ancora molto lontana con quasi 5 ore di cammino da fare.

In zona Cantù / Olgelasca e Alzate Brianza ha inizio la “tortura”. E siamo ancora in pieno giorno. Fango, fango, fango dappertutto. Il tutto si riassume ad una costante ricerca dei punti dove posso passare senza scivolare o senza sporcarmi più di tanto. Diventa osceno.
Più avanti si sommano dei guadi da fare, non facili con torrenti carichi dalle piogge abbondanti degli ultimi giorni. Ahah, c’è da aggiungere che i guadi mi hanno sempre fatto paura. Paura di perdere l’equilibrio, poi se sono precari, peggio ancora!

Ebbene, oggi è la giornata ideale per farci l’abitudine a loro, i guadi. Poco dopo questa zona, ancora molto fangosa, il percorso si rivelerà un gran casino! Diventa un labirinto, e anche con alcune indicazioni presenti e utili, capisco che ci si può perdere facilmente, grazie ad alcuni bivi o incroci con guadi difficili.
E qui la mia testolina inizia a stare in pensiero.
Perché so già che al ritorno al buio ci sarà da ridere. O piangere. O tutte e due.

Macino km e Inizio a sentire, non la stanchezza, ma l’infinità di questo percorso. Troppo lungo e non ho mai fatto una cosa del genere. Il paesaggio inizia a schiarirsi lentamente, passo in mezzo ad alcuni paesi e mi avvicino finalmente al lago di Montorfano. Solo che tra l’avvicinare e l’arrivare c’è di mezzo il mare! Di fango, direi.

Arrivo infine a Montorfano e il cielo mi fa un regalo: il sole si fa vedere per un’oretta, giusto il tempo per fare il giro del lago.
Grazie del regalo, Madre Natura!
Ohhh finalmente sono arrivata a destinazione! Ho finito il giro, yeah!
Mi faccio scattare una foto da una coppia di ragazzini. Il sole è una rarità in questa giornata grigia e bisogna approfittarne.

Alla fine non ho finito il giro salendo al Monte Orfano come di consueto. Ho preferito un’alternativa: invece di salire al monte ho optato per fare il giro del lago, più interessante come paesaggio. Al Monte Orfano sono già salita alcune volte. La salita è molto corta e con una vegetazione abbondante che non lascia apprezzare il panorama più di tanto.

Mah… non è mica finita. Ho finito il giro un tubo! C’è tutto il ritorno!
E ora sì che inizia il vero divertimento! Sono in dubbio se scrivere divertimento tra virgolette.

La mappa mi consiglia di ritornare dal campo da golf di Montorfano, attraversandolo. Non ci giocava nessuno, e menomale. Così non ho preso nessuna pallina in testa!
Sono le 20:00 passate e ben presto arriverà il buio, appena entro nel bosco più fitto.

E ora arriviamo al sodo. La parte più dura, ma la più stravolgente. 
Porca paletta, piove e non ci vedo più! Le previsioni ci hanno azzeccato con il meteo. Tiro fuori la cerata, tiro fuori la frontale e faccio fatica a camminare così, perché è scomodo e la pioggia non lascia vedere un granché.

Aspetta di arrivare al labirinto superfangoso, in mezzo ai guadi. Allora sì che te la farai addosso, Vera!
(Con una risata demoniaca di sfondo)

Ora i guadi diventano improponibili con la pioggia che si fa incessante! Il fango è aumentato oltremisura. Ma era possibile che diventasse peggio ancora?
Eh sì! La situazione può sempre peggiorare.

Mi regolo con la mappa, ma anche così capisco che quasi mi perdo. Faccio due o tre dei guadi dell’andata e nel frattempo è cambiato qualcosa, perché non trovo l’ultimo guado! Dov’è?
Ci giro intorno, seguo il torrente per cercarne uno, ma non mi voglio allontanare troppo dalle tracce, che non è il caso di perdersi proprio ora in queste condizioni.

Trovo un unico punto dove l’acqua non è troppo alta, ma non c’è modo di passare. Non ho tempo né voglia di cercare dei sassi per costruirmi il guado con la pioggia che c’è! 
Vaffambagno, faccio un guado alternativo.

Esatto, cammino, attraverso il torrente e mi bagno interamente i piedi.
Le scarpe fanno “cic ciac”. Mi abituo all’idea di arrivare a casa con i piedi completamente bagnati, ma perlomeno ce l’ho fatta. Bisogna adattarsi, soprattutto quando la pazienza diminuisce e la stanchezza aumenta.

I casini non sono finiti. Ormai faccio la DJ: mixo canti e bestemmie finché la pioggia non si calma e non esco dalla “red zone” del fango. A volte rido e mi prendo in giro. Parlo da sola. Poi torna il silenzio.
Durante questi momenti infiniti mi sorge la domanda, più volte: Vera, perché non entri in panico?!
Dai, su! Entra in panico, è quello che fanno le persone in una situazione del genere, no?
Eh no. Non ci riesco. La mia voce più profonda dice, con tono ironico: ma stai zitta e cammina, va!

Menomale che lei è autorevole quando serve.
Ho obbedito.

A Cantù la stanchezza inizia a farsi sentire. Le gambe sono stanche, le ossa iniziano a picchiare, a pulsare. Niente, tolgo l’attenzione dalle gambe e semplicemente osservo quello che mi trovo davanti senza pensare a nulla. Faccio delle deviazioni, non ho voglia di seguire il resto del percorso esattamente come all’andata e adopero qualche scorciatoia.
A Mariano Comense smette di piovere e seguo la strada asfaltata (ironicamente credo più pericolosa del bosco) fino alla fine. 

Apro la porta di casa a mezzanotte. Voglio buttarmi nel letto. Doccia lunga, poi svuoto lo zaino, cucino e mangio la pasta all’una di notte. Ormai faccio parte del gruppo di quei ribelli che mangiano la pasta a mezzanotte. Solo che io esagero: la cucino e la mangio all’una.
Che buona questa pasta!

Sono stanchissima e nonostante ciò, ci metto del tempo ad addormentarmi. Penso a tutto quello che ho vissuto e mi faccio tante domande. Rispondo a tutte loro.
Quasi tutte.
Il giorno dopo ricostruisco i pezzi di traccia percorsa che avevo nel cellulare e includo le deviazioni. Ero curiosa di sapere quanti km avevo fatto: 41,8 km, la mia età esatta!
Se non è un segno, questo?

Ripensandoci oggi mi fa sorridere.
Continuavo a ripetermi che con quel fango sarei tornata a casa dopo mezz’ora. Eppure avevo preparato lo zaino per qualsiasi evenienza.
Frontale.
Cibo.
Acqua.
Ricambi.
Perfino il ritorno nel cuore della notte. La testa stava preparando una passeggiata.
Qualcosa, molto più in profondità, aveva già scelto un’avventura.

Postumi

Dove
Brianza Comasca
Linea seguita
Cabiate – Urbex Mariano Comense – Montorfano – Cabiate
Dislivello +
circa 500 m
Sviluppo
41,8 km
La mia età esatta
Coincidenze interessanti
Durata
11 ore non stop di pura passione
Alla faccia della “passeggiatina”
Stato fisico
Buono
Le gambe, invece, hanno aperto uno sciopero verso il km 35!
Stato mentale
“Con tutto questo fango torno indietro dopo mezz’ora”
Ha detto una Vera che evidentemente non conosceva ancora l’altra
Pensieri ricorrenti
Spero di non trovare nessuno nella cascina
Spero di non trovare nessuno nel bosco
Spero di trovare il guado
Non l’ho trovato
Momenti di gloria
Guado alternativo
Piedi completamente bagnati
Zero rimpianti
Nemici ufficiali
Il fango
Più fango
Ancora fango
Troppo fango
Equipaggiamento eroico
Il mantello di Alberto da Giussano
Premio di fine missione
Una doccia infinita
Una pasta all’una di notte
Probabilmente la più buona dell’anno
Modalità
In solitaria
Compagni
I ponticelli di Cabiate
I graffiti della cascina
La pioggia
La frontale che illuminava poco e male

VerA
Impervia

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