Il canalino di neve inaspettato

IL CANALINO DI NEVE INASPETTATO

PIZZO MELÀSC – DICEMBRE 2025

La neve non mi lasciò passare. Ma mi lasciò capire.
Ci sono montagne che regalano una vetta.
Altre che regalano un dietrofront.

E poi ci sono quelle che, senza farti arrivare da nessuna parte, ti cambiano.

Pensavo di andare a cercare il Pizzo Melàsc.
Invece ho trovato un canalino.
E il silenzio necessario per far tacere il rumore.

Solo dopo ho capito che non ero partita per conquistare una cima.

Ero partita per conoscere.

Voglio la neve.

Ho voglia di confrontarmi con lei, nonostante non ce ne sia tanta. Ho poche uscite su neve e perlopiù semplici, tanto escursionistiche e poco alpinistiche.
Mi riferisco alla semplicità di non usare la piccozza. Ecco, questa mi manca. Dovrei averne almeno una e non ce l’ho. Non perché non abbia voglia, anzi, ma perché per il momento non me la posso permettere.
Ho ramponcini e ramponi. E i bastoncini. Questo entourage limita parecchio le scelte, ma io ho voglia di avventura. Lo so bene che il paesaggio innevato ha la sua magia e le sue insidie.

Dopo il Monte Lago, con dislivello extra e una neve tutt’altro che ideale, e dopo un’uscita sui monti lariani appena imbiancati, l’istinto mi richiama a sé. Quella che immaginavo come una semplice sgambata si trasformerà in un’avventura.

La neve non la conosco ancora bene ed è proprio questo che mi mette in allerta. Guardo bollettini neve sul grado – 2 – nella zona che voglio conoscere. Ma non vuol dire molto e bisogna saperli leggere. Il rischio c’è quando ti infili in posti che non conosci nemmeno d’estate, figuriamoci con la neve in cui cambiano non di rado le condizioni e le tracce. Sempre che ci siano queste tracce!

Dovrei “far la brava” e andare quantomeno in posti battuti, non isolati.
Allo stesso tempo combatto con questa pressione psicologica autoimposta dal “buon senso” e dall’esterno. Dagli altri. Dalle mille “regole”. Cerco la scusa per far quello che sento che voglio fare ben in fondo in fondo. È dicembre, la neve in giro ha delle condizioni non ottimali.

“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.”

Lavoisier, stai un attimo calmo, perché la neve ti contraddice!
Invece si ravana e basta, perché nulla si trasforma. E cosa succede, la neve ha l’esenzione o fa semplicemente i capricci?
In un certo senso magari è presto, intanto è passato qualche tempo dall’ultima nevicata. 

Voglio stare sola nel silenzio nel candore bianco. Ma ho delle limitazioni.
Cosa posso fare?
In mezzo a delle idee partorite male, c’è una che mi attira.

Il Pizzo Melàsc, conosciuto anche come Mellasc.
Basta aggiungere un asc a una mela e il gioco è fatto!
Allora, lo danno come meta scialpinistica, ma non difficile. Voglio salire dalla fredda e selvaggia Val Vedrano. Mi scarico la traccia sul telefono e studio le foto per capirci qualcosa.

E se nessuno ha tracciato il percorso? 
E se la neve è farinosa e molle come da altre parti?
E se c’è troppa neve, essendo a nord?
E se ce n’è poca?
E se non mi bastano i ramponi con le ghette e bastoncini?
E se?
E se smettessi di fare domande e vado a vedere che è meglio?!

Dai, su! Ora basta. Si va.

Nei giorni precedenti avevo una preoccupazione che mi affligge ultimamente. Il mio catorcio. Non ho le gomme da neve. Certo, ho le catene, ma chi vuole dover usare le catene? Nessuno.
Posso salire a Laveggiolo in modo da fare soltanto 1000 m di dislivello fino al Pizzo Melàsc? E se la strada è ghiacciata? Non posso e non voglio mettermi nei guai con la macchina che non si risparmia nel regalarmi un problema dietro l’altro. Allora pianifico quasi meglio le condizioni del tragitto dell’escursione stessa. 

Vado di domenica, sabato cerco di chiamare (per fortuna, con successo) l’info Point turistico di Gerola Alta e mi rassicurano che la strada fino a Laveggiolo viene pulita fino al giorno della befana. Dunque, dovrebbe essere tutto pulito. Ok, la quasi certezza dell’arrivo è di buon auspicio, ma non resta che testare la situazione in loco. 
Si parte!

Conoscere.
È questa la chiave.
È questo che mi muove.

Voglio conoscere.

Con i piedi.
Con le mani.
Con gli occhi.

Ed è quanto basta per partire all’avventura.
Non sapevo ancora che quella sarebbe diventata una bellissima avventura e avrei avuto bisogno di coglierla nel modo giusto.

A Laveggiolo la strada è, in effetti, pulita. Tiro un sospiro di sollievo e cerco di arrivare alla fine della strada, dove ci sono pochi posti auto a disposizione. Meglio così, perché sono passata poco prima dal parcheggio sterrato e quest’ultimo era ghiacciato.

Parto dalla stradina sterrata che va dalle parti del Rifugio Trona Soliva. Questa era innevata e la neve ghiacciata, tanto che ho indossato quasi subito i ramponi. È stato l’unico tratto in cui non si sprofondava e l’unico tratto in cui ho visto il sole. Poi… buuuuuuuu… il buio assoluto.
Non buio, ma ombra perenne! Freddina. L’ombrosa Val Vedrano mi attende nella solitudine più totale.
Era quello che volevo, vero?
Un filino di sole non avrebbe guastato la giornata. Così, per dire.

Arrivo al ponticello di legno e mi addentro nella valle. Mi attende la neve, la stessa neve che avrei trovato da altre parti e che erroneamente mi aspettavo un pochino più compatta. Invece era farinosa, solo che confinata dentro un frigorifero naturale.
Seguo l’unica traccia che esiste. Credo ci sia passata solo una persona.

Controllo il cellulare per verificare la traccia che ho salvato, tuttavia la batteria scende vertiginosamente. Grazie al mio catorcio di cellulare. Cerco di mantenerlo vicino al mio corpo, ma non funziona. La batteria è compromessa da tempo e, sai cosa? A questo punto lo spengo e basta!
Voglio risparmiare la batteria per non dover usare troppo il power bank. E così, tra una scelta discutibile e l’altra, ho seguito quella traccia, sperando mi portasse sotto la vetta.

Inutile dire che si sprofondava, a volte fino quasi al ginocchio, e ben presto ne avrei pagato le conseguenze per non aver messo subito le ghette. Guadagno un po’ di quota e aggiro delle belle cascate che sono alla mia destra, naturalmente ghiacciate.
Il panorama si svela piano piano e dopo le cascate inizio a vedere il Pizzo della Cassera ed entro veramente nel cuore della Val Vedrano con la cima Fraina alla mia destra. Più avanti noto delle baite chiuse, senza segno recente del passaggio umano, per quello che riesco a vedere.

Mi lascio distrarre da questo ambiente fatato e da alcuni guadi su ghiaccio vivo. Spettacolare.
Sono immersa nel bianco.

A un certo punto, lentamente, me ne accorgo che… non è che sto andando un po’ troppo in là?
Avrei dovuto guadagnare altro dislivello e invece sono quasi in piano. Sarei dovuta staccarmi dalla valle verso sinistra e salire a zigzag, invece il Pizzo Melàsc è… dove?
Non è che sono sotto la mia destinazione? Dovrebbe essere qui alla mia sinistra. Fammi controllare.
Accendo il cellulare e… esatto, sono proprio sotto il Melàsc! Però in basso. 

Zio cane! 

Ho fatto il passo più lungo della gamba.
Tra l’altro la traccia non c’era nemmeno più… era lentamente sparita nella neve. Era rimasta solo qualche piccola traccia di animali che si perdeva subito in mezzo alla valle.

«Vera, hai preso una cantonata! Ma sei stupida?»

L’empatia verso me stessa è andata a farsi benedire. Tutto d’un tratto avevo due Vera a confronto: una che si arrampicava sugli specchi, l’altra che la bastonava. 

«Perché non sei stata più attenta? Perché hai seguito quella traccia senza chiederti dove stesse andando?»

«Eh, ma io non conosco questo posto. Non ho visto nessuna traccia che si staccava a sinistra.
Non so nemmeno esattamente il punto dove avrebbe dovuto staccarsi a sinistra, anche se avevo un’idea. Nel frattempo mi sono fatta distrarre da altro.»

«Vera, adesso le prendi!»

«Perché?»

«Hai visto che adesso non sai dove andare? Devi tornare indietro e perdere altro tempo a faticare per cercare la traccia, o peggio ancora, a tracciare un qualcosa che tu non sai esattamente dove deve andare nel dettaglio.»

«Me lo dici perché?»

«Senti, vai a…
Ora basta.»

«No!»

«ZITTA!»

E l’ho zittita veramente quella Vera, timorosa e bacchettona. Ha rotto le scatole, semplicemente.

«Adesso ci penso io. Fammi guardare in giro.»

Dopo quel battibecco è successo qualcosa che ancora oggi ricordo perfettamente. Quella voce dell’animo. La voce più impercettibile che si fa sentire quando metti a tacere tutto il resto. L’instinto, l’intuizione, il tuo io profondo, quello che vuoi. Io lo voglio ascoltare e assecondare, sbagliato o meno, mi darà un’alternativa.
Ascoltiamolo. Sono sensazioni difficili di tradurre a parole, ma in realtà, a ricordarle adesso mi emoziono.

«Ho tolto il rumore. Che faccio? Vorrei tanto arrivare in vetta.»

Si, ho tolto il rumore.
Quello del giudizio.
Quello del “hai sbagliato”.
Quello del “dovevi fare diversamente”.
Era rimasto solo il silenzio della valle ombrosa.
E dentro quel silenzio, finalmente, riuscivo a sentire un’altra voce.

Osservo, mi immergo nell’ambiente circostante. Mi fondo con la neve. Lascio che la voce bambinesca, quella voce incondizionata e sottile mi dica qualcosa. E sono pervasa da una gioia pura. L’animo si accende per contrastare l’ombra, che nel frattempo diventa frizzante.

Dunque, il Melàsc è proprio qua sopra. Ci sarà un modo alternativo per arrivarci.
Osservo le pareti, i canali, quello che riesco dal basso. Individuo un canalino non lontano che, a guardarlo sembra non tantissimo ripido.
Non ho la piccozza, ma con questa neve diventa un tantino inutile, sempre che la neve sia ugualmente farinosa nel canale. Non vedo molto oltre, non vedo dove e come scollina il canale, dovrei allontanarmi tanto per riuscire ad allargare la prospettiva.

È anche vero che potrei andare a vedere con molta calma. Magari c’è il modo di arrivarci, solo che più verticale. 

«Vera, non hai mai risalito un canale, anche se facile.»

«Lo so. Ma ti avevo ordinato di stare zitta poco fa! Suvvia!»

Quando ho sentito lo stimolo dell’avventura nella prospettiva di fare qualcosa di inaspettato ho gioito non poco. Un misto di vero entusiasmo e un certo timore e questo fa parte del gioco.
Se non va bene torno indietro. Probabilmente è quello che succederà, ma io voglio conoscere.

Voglio provare, vedere cosa c’è, com’è, come ci si muove in un piccolo canale, voglio conoscere cosa c’è oltre. Voglio conoscere me stessa di più attraverso l’esperienza non condizionata. 

Nessuno mi vede. Mi sento a mio agio. Voglio esplorare questo canale.
Mi porterà in un punto fattibile per arrivare in cima e prendere un po’ di sole? Riuscirò ad ammirare il panorama dall’alto?

Indosso le ghette per evitare di bagnarmi ulteriormente. Ormai…
Inizio a muovermi nella neve fresca ovunque. Sono libera di osservare e di capire come arrivare all’imbocco di questo canalino. Inizio a sprofondare costantemente fino alle ginocchia. Va bene. 

All’attacco del canale osservo tutto bene. Quanta neve c’è? Cambia la consistenza?
Inizio a salire e la neve è sempre farinosa. Mi aiuto tanto con i bastoni, perché diventa ripido e faticoso.
Sprofondo fino alle cosce. 

Ok, questo è un ravano.
«Porca…»

Tasto tutto e prendo confidenza (per dire) con il fatto che camminarci è molto difficile. Ho fatto alcuni metri e ho già intuito che sarà dura, perché con la neve cosi farinosa devo fare ogni passo con molta attenzione. Finisco per sbattere con le punte dei ramponi in vari sassi sommersi. Cerco di stare vicina e aiutarmi nella progressione seguendo dei sassi grossi, ma ogni passo diventa un’incognita. Il canale cambia leggermente e la pendenza cresce. In queste condizioni me ne rendo conto che ci vorrà una vita per arrivare in alto al canalino, dove riesco a vedere, nonostante non sia lungo.

Seppur la vicenda stia diventando davvero faticosa io sono felice di ritagliarmi quest’opportunità per esplorare un pochino in ambiente innevato. Non mi sento in pericolo, mi muovo con calma e osservo tutto il più possibile.
Infatti, cosa ci farebbe una piccozza qui? Non molto.
Sapevo bene quanto fosse importante, ma in queste condizioni non serviva più di tanto, bastavano i bastoncini. Cerco delle alternative alla fatica, ma non vedo molte opzioni. 

C’è un qualcosa che mi inquieta.
Sento dell’acqua che scorre, ma non vedo dove. Sarà sotto? Sotto la parete di roccia accanto a me?
Il fatto di non riuscire a capire dove scorresse l’acqua non mi lasciava tanto tranquilla, a dire la verità. Era una presenza invisibile che mi ricordava quanto poco conoscessi quell’ambiente.
Dopo “ci ho fatto l’abitudine”. La fatica mi occupava maggiormente i pensieri.

Provo una variante a destra del canale e man mano che salgo vedo che è peggio! Sono praticamente in verticale, La neve è uguale e non mi resta che aggrapparmi a delle piante e ad alcune rocce, ma diventa impossibile salirci da lì.
Quando riesco a fare dei passi faccio uno salita e due in discesa. Per il resto cerco di arrampicarmi su quello che trovo davanti. Sento di scivolare a ogni movimento. Non va bene, è inutile.

Niente, ritorno nel canale con una piccola discesa non proprio facile, sprofondando e a volte fatico a non perdere l’equilibrio. Questa situazione mi mette in guardia e scendo dosando davvero ogni movimento, molto lentamente. Ritorno sul canalino e trovo un unico punto dove la neve sembra essere più consistente. Peccato che dura davvero 2 metri. Riesco a salirci ancora. 

Manca poco, ma la fatica è immensa. Diventa sempre più insostenibile. Ci metto quasi 5 minuti a fare un passo. Il tempo passa, è troppo, ma davvero troppo faticoso in queste condizioni.

Un passo.
Un macigno.

Inizio a pensare che mi devo arrendere.
Anche se manca poco al punto che vedevo in alto.
Anche se magari sarebbe stato possibile salire ancora, o addirittura arrivare in vetta.
Una cosa del genere non è sostenibile.

Ci ho provato. Non posso impiegare tutto questo tempo per conquistare pochi metri. Le giornate sono corte. Il tempo passa. Non dovrei ritrovarmi al buio in questa situazione, non conviene.
La discesa del canale è stata quasi tanto faticosa quanto la salita, ma in non molto tempo mi ritrovo alla base del canale. Lo guardo un’ultima volta.

Cavolo, ci ero quasi arrivata! Che peccato.

Il ritorno non è stato triste. Dopo il dietrofront del canale dell’Igloo in Grignetta mi è toccato anche questo dietrofront. Ora torno indietro e mi sento bene, sollevata per aver provato a rimediare. Questo è oro e me ne sono resa conto dopo, con il passare del tempo. 

Ritorno alla zona dove sarei dovuta staccarmi dalla traccia che avevo percorso all’andata. In effetti non c’era segno di tracce, o perlomeno io non ho visto nulla. Non sarebbe stato facile tracciare un percorso che non conosco. Vuol dire che non ci era salito nessuno al momento. Sembrava.
Scendo fino alla macchina con la promessa che ci sarei tornata un giorno. Avrei voluto sentire il sole tiepido sul viso. Avrei voluto arrivare in cima in quell’ambiente candido.

Una volta alla macchina mi fermo un attimo prima di partire e affrontare il traffico infernale della SS36 alla domenica.
Non ero assolutamente triste. Ero felice, una felicità contenuta, non euforica, ma pur sempre felicità. La consapevolezza di averci provato, di aver avuto l’idea di andare a vedere com’era salire un canale. L’idea di essere sola, di non dover chiedere il permesso morale a nessuno per provare a far qualcosa che non avevo mai fatto.

Ero sola e volevo contare soltanto su di me. Non per fare la figa, ma per conoscere e conoscermi.
Un pezzo alla volta.

Ero felice per come avevo gestito il tutto, nonostante le distrazioni e gli errori iniziali per aver mancato la zona dove sarei dovuta salire a sinistra.
Gli errori si fanno e bisogna imparare a evitarli.
Ancora più importante, bisogna imparare a gestirli e rimediare.

P.S.: una volta a casa ho accennato l’esperienza di questa incursione nella Val Vedrano ad alcuni alieni scialpinisti che la conoscono.

Ovviamente mi hanno detto:
«Vera, ma lì sei proprio a nord, la neve ci metterà molto di più a sistemarsi, sempre che entri in condizioni.»

A dicembre non era il caso di andarci. Dopo questa uscita e parlando con loro ho appreso qualche concetto fondamentale che prima non avevo compreso. Ma, soprattutto, ho provato a muovermi in un ambiente a me sconosciuto, in condizioni mai affrontate. 
È valsa la pena.
Sono felice.
Sono in pace.
Perché quel giorno non volevo dimostrare niente. Volevo conoscere.

Prima o poi tornerò.
Non perché devo finire qualcosa, ma perché ho ancora voglia di conoscere.
E, conoscendomi, credo proprio che succederà.

Postumi

Dove
Alpi Orobie Occidentali – Gruppo del Tre Signori
Linea seguita
Laveggiolo – Val Vedrano – Canalino a Ovest del Pizzo Melàsc (tentativo) – Laveggiolo
Dislivello +
Credo sotto i 700 m
Chi li ha contati?
Sviluppo
Meno del previsto
Durata
In inverno troppo corta
Lancio una petizione per l’allungamento delle giornate invernali
Stato fisico
La neve farinosa non fa sconti
Stato mentale
Vera A contro Vera B
Ha vinto la Vera esploratrice
La Vera bacchettona ha perso ai rigori
Modalità
Più solitaria di così non si può
Compagni
Il sole ha abbandonato la chat
Il cellulare ibernato
La traccia di qualcuno
La traccia di nessuno
Adesso traccio io
Una Vera finalmente zittita

VerA
Impervia

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