LA CRESTA
PIZZO CAVALLINO – MONTE PEGHEROLO – OTTOBRE 2025
Fare l'amore con una montagna.
La mente aveva un programma.
Partenza in ritardo.
Cresta lunga.
Giornate corte.
Rientro prima del buio.
L'anima, invece, aveva un solo obiettivo.
Godersi ogni metro di quella montagna.
Indovina chi ha vinto.

Com’è che era?
“Fate l’amore con il sapore.”
No, con la montagna.
Questa è stata una di quelle giornate!
Che cosa faccio a partire ormai tardi la mattina per la bergamasca con le giornate che si fanno corte, lo so soltanto io. San Simone, per la precisione, la mia prima volta in Val Brembana. Sì, “in sedere” ai lupi.
Quando una vuole fare l’amore un modo lo trova sempre e il Pegherolo getta la legna sul fuoco, sussurrandomi parole ipnotiche da lontano con la sua cresta libidinosa.
Avevo intenzione di fare pure una capatina al Monte Cavallo, ma sarebbe diventata un tantino troppo, causa orario tardivo. Beh, è sempre una scusa in più per tornarci.
Mi sono già venute delle idee malsane per tornarci nella bella stagione.
Il meteo è perfetto, anche se inizia a far freddino la mattina e la sera. Certo, vuoi non finire in giro la sera?
È inevitabile, l’importante è cercare di terminare la cresta al tramonto, con ancora un pochino di luce. E che luce, ragazzi!
Da impazzire… ci arriveremmo, dai. Nel frattempo godiamoci il viaggio, ossia, fare l’amore.
Eh, attenzione, niente allusioni sporcaccione nelle vostre testoline. Certo, c’è stato un su e giù, avanti e indietro, forse qualche momento a quattro zampe, ma tutto regolare. In realtà era tutta colpa della montagna.
Quello che chiamo “fare l’amore universale” è uno stato mentale, anzi, uno stato dell’anima.
La mente pensa anche troppo, l’anima invece non è dotata di pensiero.
È sensazione, emozione, presenza, coscienza, l’essere in sintonia con ciò che ci circonda.
Pace totale, no matter what!
Riesco a portar su il catorcio alla Baita Camoscio dalla stradina sterrata che arriva da San Simone (al ritorno non senza qualche problemino iniziale) e parto verso il Passo di San Simone. Avevo intenzione di fare il sentiero normale, ma era in parte ghiacciato e allora esco dal sentiero e tiro su dritto per dritto dal prato ripido, sotto la seggiovia abbandonata.
Sono all’ombra e in questo versante il sentiero si presenta brinato, soprattutto dalle Canne d’Organo in avanti.
Eh già… le Canne d’Organo. Di fianco al Passo di San Simone si scorgono facilmente queste formazioni calcaree rocciose. Uniche.
Altro che design Pininfarina. La firma di questo design esclusivo appartiene a Lei, la Montagna, Madre Natura. Dopo non pochi scatti a questa opera di design naturale, proseguo sul sentiero.
Poco più avanti incrocio un signore che, di ritorno o dal Pegherolo, o dal più vicino Monte Cavallo mi domanda, con un sorriso confidente:
«Pegherolo?»
«Sì», confermo.
«Buon divertimento!»
Apprezzo non poco l’incentivo.


Arrivo in un ghiaione detritico sotto alla sella che rappresenta uno spartiacque, a destra si risale il Monte Cavallo, a sinistra invece, inizia la bellissima cresta che cavalcherò fino in vetta al Monte Pegherolo.
Circa 3,5 km di cresta.
Un continuo saliscendi, in buona parte camminabile ed erbosa, alternata ad ambienti rocciosi lunari con passaggi di II grado, attrezzati con catene nei tratti più ostici. Giusto per un effetto wow.
Al contempo questo effetto comporta alcuni tratti semplicemente spettacolari e parecchio esposti, non adatti a chi soffre le vertigini. Con il divieto mentale (e fisico) di scivolare, bisogna avere piede fermo ed evitare che da wow si passi ad ahiaaa, sbadabum, crac!
La roccia è piuttosto marcia e sfasciumosa, un classico delle Orobie. Ma la voglio bene lo stesso.
Avevo deciso di evitare di toccare le catene per esercitarmi ad “arrampicare”. In salita ok, non le ho toccate, in discesa le ho usate in alcuni punti e va più che bene così.
Ero in uno stato che era il risultato di un cocktail di sensazioni. Ogni passo era una scoperta. Arrivata al Pizzo Cavallino, lungo la cresta e segnato da un ometto, mi concedo una piccola pausa per osservare tutto quanto.
Ma quanto è stupendo qui?
Aspetta fino a raggiungere la Piodessa! Un meraviglioso tratto di cresta affilato, molto esposto, a prima vista sembra tanto liscio e ti viene da pensare… e dove mi attacco??? Invece ci sono degli appigli.
Ufff, menomale!
Poco sotto la vetta raggiungo una sorta di torrione e anche qui mi fermo a pensare: E mò… dove vado?
Scorgo in alto delle catene e pure il breve tragitto per raggiungerle. Supero l’ultimo tratto di cresta tra roccette esposte ed erba e sono in vetta.
La croce.
Il panorama.
Il cielo spettacolare.
Mi merito tutta questa bellezza?




Confesso di essere un pochino in ansia. Perché non sono potuta partire prima, il che mi colloca davanti a uno status mentale di fretta e questo non mi piace. La situazione è così, però. Do la scusa alla cresta, che non conviene farla al buio, anche se sono abituata a combinare giri non semplici al buio.
Non manca tantissimo al tramonto, sono in vetta e devo pur mangiar qualcosa. Voglio ammirare tutte le cime attorno a me, scattare foto. Perché quell’ansia di fondo?
Faccio quello che devo fare nella totale e beata solitudine e riprendo la via del ritorno, non senza ammirare una montagna che spicca tra tutte le altre in lontananza: il Monte Disgrazia.
Adesso la cresta bisogna rifarsela tutta e impongo a me stessa di sostenere un ritmo non libero, non veloce, ma nemmeno lento. Solo che io la vivo in modo LENTO e mi sento bene così.
Faccio dei conti e capisco che potrei terminare la cresta prima che diventi buio, ma a costo di evitare eventuali pause.
La mente ha deciso che si fa in un determinato modo, l’anima invece interviene, ribelle: zitta!
Infatti mi fermavo ogni due per tre a scattare foto, sarebbe stato un vero peccato non farlo.
La cresta iniziava a cambiare con il sopraggiungere della golden hour e si è vestita a festa con una luce strabiliante! Divina! Irreale, sul serio! Io a bocca aperta.
Ho desiderato che il tempo si fermasse. Ed ecco che la luce, l’oro, il sole che mi baciava, ancora tiepido, mi hanno condotta alla realizzazione che l’ansia era completamente inutile. Tutto d’un tratto mi sono sentita accolta. Come se quella luce fosse arrivata anche per me.
Ero parte di quell’opera di design. Una testimone privilegiata a cui era stato concesso di entrarci dentro.
Poi il vento smise. E finalmente sentii il silenzio.
Un silenzio perfetto, così pieno! Interrotto soltanto dal verso di un camoscio che mi osservava a distanza.
Anche lui presente alla Happy Hour, con uno Spritz in mano. Pardon, nella zampa.
«Ehi, ci sono anch’io! Cosa credevi, di avere l’esclusiva del tramonto? Non sei l’unica qui.»


Mi sono goduta il tramonto nella parte finale della cresta, praticamente poco dopo aver superato il gatto, custode roccioso di quella cresta speciale. «Meow.»
Ero su di giri. E cosa succede dopo che il sole si è nascosto? Inizia la seconda parte del tramonto, con i colori del cielo che si fanno più vividi. Le nuvolette rosa, quasi rosse.
La luna si presenta alla festa, da invitata speciale.
Vado avanti, esco dalla cresta e il buio mi raggiunge alla sella. Perfetto, ora devo scendere lo sfasciume, però è tutto super brinato e fa freddo.
Io mi copro, accendo la frontale e non mi sento sicura nello scendere il ghiaione ripido in questa condizione.
Ti sei portata i ramponcini, cosa li tieni a fare nello zaino?
Ok, mi fermo e indosso le scarpette da ballo, i ramponcini.
Oh, così è un altro mondo!
Ritorno sotto le Canne d’Organo, e, approfittando del grip dei ramponcini, esco dal sentiero e salgo alla base delle Canne. Voglio guardarle al buio. Ho delle fantasie che mi frullano nella mente. Inconfessabili ai più.
Dopo questo stop, continuo il mio cammino sotto le seggiovie ancora appese. Sono fantasmi.
Immobili.
Sospesi nel vuoto.
Osservarle al buio fa un effetto spettrale. Mi piace da paura.
All’arrivo in macchina ritorna l’ansia.
«Maledetto catorcio!»
«Se non riparti anche questa volta e mi farai passare la notte al freddo con -2 gradi ti lascio qui da solo e torno a casa a piedi!»
Come no?

Avevo fatto tutti quei calcoli per battere il tramonto. Che figura! Poi è arrivata la luce più bella della giornata e mi ha fatto capire che stavo combattendo contro un problema che esisteva soltanto nella mia testa.
La montagna aveva smontato, senza fare rumore, un meccanismo mentale.
Vengano altre Happy Hour come questa! Con o senza camosci. Con o senza Spritz.
Postumi
Dove
Alpi Orobie Bergamasche
Linea seguita
San Simone – Baita Camoscio – Passo S. Simone – Canne d’Organo – Pizzo Cavallino – Monte Pegherolo – San Simone
Dislivello +
Sotto i 1000 m
Sviluppo
Solo di cresta sono 3,5 km (andata)
E chi ci ha fatto caso al resto?
Durata
Dalla tarda mattinata alla sera autunnale
Stato fisico
Ho visto giorni peggiori
Stato mentale
Catene: voglio, ma non voglio.
Devo terminare la cresta prima del tramonto
Il camoscio mi ha rubato l’esclusiva del tramonto
Per fortuna non so ancora arrampicare le Canne d’Organo
(La fortuna prima o poi finisce)
Essere povera means ansia always!
Modalità
In solitaria
Compagni
L’ansia
Il gatto
Catene
La Golden Light della Golden Hour
Lo Spritz
Il camoscio con lo Spritz
I fantasmi brembani
Il catorcio (fino a quando?)
Ansia vera
Non la cresta.
Non il buio.
Il catorcio. E non solo.
La montagna non mi spaventa.
La povertà sì.
Le vere preoccupazioni mi aspettano sempre al parcheggio.
VerA
Impervia










