LA LINEA DA CUI NON SONO TORNATA
TRAVERSATA MONTE LEGNONE – PIZZO ALTO – LUGLIO 2025
Traversata Re Le(gn)one — Pizzo Alto
Una traversata iniziata per vedere come andava.
Questa traversata non doveva diventare notte.
Doveva essere solo una linea sulla carta.
All’inizio era un vediamo come va.
Un punto alla volta.
Poi ho capito una cosa.
Non volevo più tornare indietro.

Allo scoccare delle sette e qualcosa, passa alla radio di Pagnona la grande hit “Hakuna Matata” che da il via all’ascesa infinita e a una giornata di incognite. L’unica certezza che custodisco è l’immensa voglia di avventura e passione sfrenata per la vita.
Non lo voglio conquistare, non lo voglio domare, non lo voglio spuntare. Voglio conoscerlo, se me lo permette. Voglio accarezzarlo, voglio amarlo.
Lunga vita al Re Le(gn)one, da tanto nella mia lista dei desideri (e menomale che non lo volevo spuntare)! Un inchino e una domanda cruciale: vuoi essere anche tu mio amante?
Come nei bigliettini scambiati a scuola, chiedo al Re Leone di farmi sapere la risposta con la crocettina su: Sì / No / Forse / Non sono geloso / Voglio l’esclusiva / Ma che sei, ninfomontanara?
Più in la c’è un’altro aspirante amante che mi aspira i pensieri, anche lui nella lista dei desideri. Anche lui imponente, meno conosciuto rispetto al Re, più selvaggio, meno battuto, più impegnativo e con una zona attrezzata. Questo cocktail di qualità mi piace assai!
È alto, ma leggermente meno alto. È lui o non è lui? Certo che è lui, il Pizzo Alto.
Dopo due settimane senza andare in montagna, senza fare sport, mi si prospetta un’avventura che sento mia, ma non ho certezze nella buona riuscita. Dai che mettiamo una cresta selvaggia e due laghi in pentola. Tutto bolle e ribolle. L’abbinata Pizzo di Trona più Pizzo dei Tre Signori della scorsa volta mi ha fatto prendere la mano, ma qui parliamo di un dislivello diverso e di uno sviluppo non indifferente.
In una parola: mazzata!
Voglio tanto il Legnone, voglio l’Alto (nome che è tutta una competizione diretta con il Re), voglio la cresta, voglio i laghi. Voglio, voglio, voglio, ma ce la farò mai?!
Vediamo. Mi preparo mentalmente per fare tutto e nulla. Mi va bene solo il Legnone, va bene Il Legnone più la cresta, più i laghi, più il Pizzo Alto. Va bene provare e farmi guidare dall’istinto, dal fisico e dalla passione. Step by step, con vari checkpoint mentali e logistici. Solo cosi sento di potercela fare, ma senza forzare troppo. Quello che viene, viene. Andrà bene comunque vada.
Se riesco a raggiungere e a superare l’altro desiderio nel quadernino, quello dei 2000m di dislivello positivo in giornata, tanto meglio. Mi basta la meraviglia come ignizione per far partire il motore.
Parto da Pagnona senza pensare che sarà infinita. Mi viene l’idea di ascoltare un pò di musica nella prima parte più noiosa. Internet stranamente c’è, le cuffie ci sono. Mi sono disabituata ad ascoltare la musica, ma solo perchè ho un telefono ormai obsoleto con la batteria che mi dura giusto il tempo di….niente e non ho voglia di tenerlo sempre attaccato al power bank. E oggi ce ne sarà bisogno, vista la lunga giornata che si prospetta.
Fa freschino, ma quando arrivo all’altezza del rifugio Griera il panorama si apre e il sole mi scalda. Inizia la serie di tornanti per arrivare al Matòk dol Petóo e approfitto del percorso su fondo semplice per ammirare tutto il panorama intorno a me, tutte le volte che voglio, senza troppa fretta. Prima di arrivare alla località Gallerie incontro degli amici, cioè, qualche stambecco e un biacco. Trovo anche un ragazzino da solo e mi metto a parlare con lui. Mi sembra strano che sia li da solo, infatti aspetta lo zio che sale più lentamente.
Imbocco la cresta finale per la vetta del Re Leone, non lunga, ma nemmeno banale, dove incontro per la prima volta una viperetta a due metri da me. Sembrava giovane. Manco il tempo di tirar fuori il cellulare per immortalarla e taaaac, è già sparita! A quanto pare aveva più paura lei di me che io di lei.


In vetta arrivo con il sole, un venticello frizzante e qualche nuvola in giro, ma niente di preoccupante, fattore di non poco conto che mi lascia ammirare il panorama super fantastico! La cima del Leone, pardon, Legnone è l’unico punto di questa interminabile escursione che trovo quasi affollato.
Per il resto della giornata, sarò in totale solitudine, animali a parte.
Mangio, faccio una chiacchierata con lo zio ed il ragazzino e osservo il panorama con i binocoli che mi hanno gentilmente prestato. Faccio il primo checkpoint, sto bene e non vedo l’ora di scendere per andare a vedere da vicino la cresta selvaggia che collega il Re al Lago di Deleguaccio inferiore e dove passa l’Alta Via della Valsassina.

All’attacco pochi bolli e un pò sbiaditi. Già qui faccio degli incontri ravvicinati con due pecore piazzate sul sentiero stretto. Mi guardano e non si spostano. Forzo il passaggio passando attaccata alla prima e mi ritrovo la seconda che non si sposta nemmeno lei e si mette a fare la pipi proprio in quel momento. Devo aspettare. Signorina, la prossima volta usi il bagno, okay?
Mi rendo subito conto che si tratta di una cresta bella e mi entusiasma tanto, comunque non è semplice. Ci sono alcuni tratti attrezzati più che altro all’inizio, dopo c’è da districarsi fra tratti sul filo di cresta e altri dove bisognerebbe seguire un sentierino stretto stretto sulle parti erbose, in salita e discesa, comunque bello esposto. Fin qui sarebbe impegnativo, invece con l’aggiunta dell’erba alta e piegata che copre il sentierino dappertutto diventa un vero e proprio mal di testa.
Bisogna essere ancora di più in allerta, cercare di indovinare dove ci sono i solchi per appoggiare i piedi (quando ci sono), tastare molto bene tutto prima di trasferire il peso del corpo, perché una semplice scivolata in quei punti significa qualcosa di brutto. Questo mi fa capire che la cresta è veramente poco battuta.
Proseguo a ritmo di bradipo e c’è qualche punto che analizzo bene e preferisco farlo sul filo di cresta, invece di seguire il sentierino. Almeno li ci sono appigli su roccia che mi sembrano buoni e so di essere capace di superarli.
In questa cresta c’è da risalire ulteriormente, essendoci un monte dove bisogna passare, la Cima di Moncale.


Dopo la cresta arrivo al lago di Deleguaccio inferiore e mi meraviglio con l’ambiente stupendo.
Piccola pausa e ulteriore checkpoint. La cresta e il monte mi hanno consumato del tempo e sento di essere un pò stanca, ma ne ho ancora. Non ho esaurito le energie e, anche se sono consumate, devo decidere se continuare e risalire il Pizzo Alto o se tornare indietro.
Vado avanti. So di avere tutta una discesa infinita da fare, e parte di essa sarà al buio. Nulla di nuovo. Non ho impegni, ho tutta la giornata e sera e mi va bene così. Con calma e con tranquillità, un passo alla volta. Risalgo il sentiero attrezzato in un canalino bagnato e sbuco al “piano di sopra”, dove si trova il lago superiore. Tutto bellissimo. In una crestina li vicino c’è un gregge di pecore che bruca l’erba, io manco le guardo e mi fermo a bere e a mettere qualcosa sotto il casco, che l’arietta è un pochino fastidiosa. Sono concentrata, alle prese con lo zaino quando alle mie spalle sento che arriva compagnia.
Due pecore, tra cui una nera e, attenzione al dettaglio, NERA, mi stanno incollate. Si sono staccate dal gregge, non immagino per quale ragione. E io che devo fa’? Cosa volete da me?
Niente, la nera si avvicina in modo stalkerino e mi annusa. Ok, puzzo, sono sudata. Embè?!
Embè che non mi molla. Comincia a belare in continuazione e mi sta letteralmente attaccata al fondoschiena. Penso mi vuoi mordere?
Metto lo zaino in spalla e faccio andare i piedi. Via che questa mi stalkera, la nera, tra l’altro! Cerco di camminare normalmente, ma non sortisce alcun effetto. Lei mi cammina dietro a neanche un metro di distanza. Io comincio a preoccuparmi, perché non capisco cosa voglia da me e mi dirigo verso il Pizzo Alto. Pensavo che la salita l’avrebbe allontanata, ma in realtà no. Soltanto dopo una decina di minuti inizia, piano piano, a mollare la presa. Ufffiiii, tiro un sospiro di sollievo e mi faccio una risata.
L’altro giorno c’era lo stambecco arrabbiato, oggi due pecore che mi perseguitano. Non avete altro da fare?!



Non voglio tediarvi sull’ultima parte della salita al Pizzo Alto, impegnativa, bella ripida e con sfasciumi. Cosa potrei chiedere di più?
La vista dalla cresta precedente verso il Pizzo Alto inganna. Sembra vicino ai laghi e invece mi ritrovo a cambiare versante e a rendermi conto che era ancora lunga, o così sembrava. Ero stanca di salire. Sono arrivata al punto di fermarmi alcune volte a prendere fiato per poi ripartire.
Dopo le ultime fatiche arriverò finalmente in vetta e sono felice come non mai. Me ne rendo conto che ho sicuramente superato i 2000m di dislivello positivo, anche se in quel momento non mi interessava sapere la cifra esatta, l’avrei calcolata qualche giorno dopo. So soltanto che ci sono arrivata e mi godo la vista super.
Sono incredula! Il Legnone, la Valtellina, il lago, le Grigne, Il Pizzo dei 3 Signori e il Trona fanno ciao!
Il sole inizia ad abbassarsi e crea un’atmosfera magica che mi permetterà di scattare delle belle foto più tardi, durante la discesa ai laghi.
Faccio una pausa con foto stupide incluse ed è già tempo di scendere. Guardo la mappa e decido che la discesa non la farò dalla cresta che mi consiglia l’app dei sentieri. NO no! L’osservo. È selvaggia e la vedo lunga. È erbosa e non riesco a vedere né sentieri né indicazioni, anche se il sentiero è segnato sulla mappa. Preferisco il ritorno a ritroso giù dal sentiero attrezzato e dai laghi, poi con calma verso l’Alpe Deleguaccio e infine imboccherò un altro sentiero lungo verso Pagnona.
Sono stanca. Pazienza, adesso mi tocca la discesa infinita. E se fosse solo infinita non sarebbe nemmeno male. Faccio una micro pausa al lago inferiore, “riposo” le gambe e prendo il sentiero verso l’Alpe, che perlomeno non è difficile ed è visibile. Vi sono cascatelle e corsi d’acqua che scendono lungo il sentiero e mi accompagnano.
Nel frattempo, scende il buio ed è giunto il momento di indossare la frontale. E ora si balla!!!
La discesa infinita di questa traversata è un qualcosa che devo condividere. Merita di essere raccontata, essendo stata un’esperienza complessa e mi piace farlo senza filtri, al di là di quello che la gente possa pensare o meno. In tanti scrivono su questo tema e si sentono di dire come si debba vivere la montagna. Io preferisco raccontare come la vivo, senza fungere da esempio. Credo vivamente che il succo della montagna stia proprio nel viverla in modo personale ed intimo.
Dunque, voglio confermare per primo che è stata una discesa difficile. Intensa.
Sono stata in difficoltà più di una volta e questo tipo di esperienze, per chi è abituato e preparato, non ha bisogno di spiegazioni né richiami ai rischi che si possono presentare. Escursionisti e, soprattutto, alpinisti esperti ne sono ben consapevoli. Per tutti gli altri amanti e fruitori della montagna dico che questi episodi non sono da “imitare” o da prendere come esempio, perlomeno non senza la giusta preparazione. E poi, non è che bisogna imitare, tanto per dire la fai tu, sono capace anch’io, vedi?
Sono arrivata alla consapevolezza che bisogna fare qualcosa quando c’è una passione dentro, che va oltre la necessità di fare dimostrazioni agli altri.
Ci sono delle caratteristiche personali, fisiche e psicologiche, associate a una valutazione del rischio e della nostra preparazione, soprattutto mentale che ci permette di vivere delle esperienze importanti per noi in questo ambiente tanto bello quanto insidioso. Esperienze di crescita, di autoconoscenza. Testare e cercare di capire come possiamo reagire in determinate situazioni. Quando si va nei casini. Quando si cambiano le carte in tavola. Quando la certezza diventa incognita. Quando la paura rischia di prendere il sopravvento e farci smettere di ragionare. Quando usciamo dalla nostra zona di comfort (proprio con un calcio nel sedere), in montagna come nella vita.
E poi? Cosa succede?
Può succedere di tutto e la dimensione dove regna l’ignoto può, allo stesso tempo, diventare una grande alleata, se solo cerchiamo di accettarla e osservare quello che accade.
La meditazione, una forma di introspezione (anche senza tecniche particolari) ci può aiutare in questo senso.
Finisco per realizzare che è proprio nei momenti difficili e di sconforto, fuori dalla sicurezza delle “regole” canoniche più o meno seguite che abbiamo la possibilità di osservare e di imparare qualcosa, non solo sulla montagna, ma soprattutto, su noi stessi.
Tutte le escursioni in notturna che ho fatto precedentemente sono servite a questa esperienza e ne sono grata.
È tardi, sono forse le 19:00 passate e scendo. Tiro fuori i bastoncini Findus e li uso sotto la vetta del Pizzo Alto. Apprezzo la luce bassa che capisco ben presto mi offrirà delle foto bellissime ai laghi in discesa. Yes! In questi momenti speciali riconosco tutto il valore della fatica e dello sconforto e capisco di essere nel luogo giusto all’ora giusta.
Quando vedo il lago superiore mi cade la mascella. WOW!
Lo spettacolo della natura mi gasa tantissimo! Ho studiato arte e quella della natura mi salta addosso ad ogni sguardo. Riesco a stare più sveglia nello scendere il sentiero attrezzato dove mi affido totalmente alle catene. Non avevo voglia di mettere via i bastoncini, allora li facevo cadere giù (termine più carino rispetto a “li lanciavo giù”) e poi li riprendevo ogni volta. Roba che renderebbe orgoglioso il gran Capitan Findus.

Ah, non dimentichiamoci le pecore che mi hanno inseguita all’andata! Sono ancora in zona e spero che mi ignorino. O così, o al limite salto in groppa e mi faccio portare giù a valle. Dopo questi ed altri deliri raggiungo il lago inferiore.
Ho bisogno di una micro pausa per sedermi dieci minuti e mi lancio in questo sentiero che porta all’Alpe Deleguaggio. Bene, un sentiero normale e abbastanza visibile, cosa non scontata in queste zone. Sta per diventare buio, però voglio attendere ancora un pochino per prepararmi con la frontale, devo camminare il più possibile. Sono in compagnia dei vari corsi d’acqua con cascatelle che scendono dal lago e non faccio in tempo a salutare una marmottina così carina che mi passa di fianco. Era tanto affrettata, correva a prendere il treno! Volevo gridarle guarda che c’è quello dopo, ma era talmente presa che non si è manco girata. Peccato.
Intanto mi armo di frontale. Sembra abbastanza popolata quest’alpe. Ora è buio pesto e mi sento osservata, infatti alcuni abitanti vengono a sbirciare alle finestre e la cosa mi da fastidio, ma è naturalmente comprensibile.
Chi è il pazzo o la pazza che va in giro per quei sentieri al buio? È già tanto che non sono una ladra!
Vedo qualche cartello dietro le case e ne vedo uno che segnala più o meno la direzione del sentiero che devo prendere. Controllo la mappa e confermo che la direzione è quella.
E ora, come dicevo prima… SI BALLA!!!
Primo round, Gioca Jouer!
One, two, three, quattro.
Dormire, salutare, ravanare, ravanare, ravanare!
Non trovo nessun sentiero in quella direzione. Vedo prato, prato e soltanto prato con erba….indovinate? Alta, che copre e cancella tutto. Dovrei fregarmene, ma sono ancora osservata, perché qualcuno nelle case continua a vedere la mia luce in giro in un loop, alla ricerca di un sentiero che non so come cavolo faccio a trovare. Un’esile traccia? Niente da fa’! Annamo bene!
Voglio nascondermi e non ammettere che sono in difficoltà. Voglio soltanto trovare questo sentiero e andarmene per i fatti miei, sparire dalla vista delle baite di Deleguaggio, non voglio destare allarme o preoccupazione di nessun genere.
Guardo ripetutamente il GPS con la posizione sulla traccia per capire come si sposta la posizione, man mano che mi muovo. Voglio affidarmi totalmente al GPS, perché nel momento del bisogno tutti pregano “Dio” tranne me; cerco invece che Padre GPS mi indichi la strada, ma sono consapevole che questo del cellulare non è per nulla preciso e quindi, vuol dire tutto e niente.
Devo trovare un riscontro fisico al più presto, perché sto perdendo tempo. Ho solo una direzione generale e basta. No good!
Inizio a sentire quel nervoso interiore che preannuncia la possibilità di andare nel panico. Purtroppo o per fortuna, negli ultimi tempi della mia vita non ho fatto altro che dover affrontare situazioni di panico frequentemente, e questo aspetto negativo mi ha portato qualcosa di positivo. Adesso sono capace di accettare la possibilità e la presenza del panico, ma rimane in una dimensione dove non gli do peso, mi concentro nella ricerca di soluzioni, quando possibile. E più importante, rimango calma abbastanza da riuscire a non perdere il filo di quello che sto facendo.
Non so quanto tempo dopo, ma credo sia passata una mezz’oretta e finalmente intravedo un qualcosa, molto mascherato. Una traccia che non sembra nemmeno una traccia. Oh, tiro un sospiro di sollievo. È fatta!
Le ultime parole famose dette da me: è fatta!
Una cosa che non ho ancora svelato ed è arrivato il momento di farlo: questo sentiero infinito è poco o nulla battuto, non ci sono indicazioni. Qui non ci sono omini, non ci sono bolli. La frittata è fatta, con le cipolle indigeste!
E così inizio il lungo traverso verso destra che mi porterà (si spera) a Pagnona. Le difficoltà di questa zona non sono esaurite. Ci sono dei guadi da fare e i primi sono impegnativi e pericolosi, perché esposti (con salti), con sassi bagnati ed erba alta ovunque. Mi fermo. Come posso guadare?! Mi sembra quasi impossibile non scivolare di sotto!
Osservo e osservo ancora, intravedo un pezzo di catena nascosta dall’erba. Molto fine, vecchia, arrugginitissima! Tiro la catena prima di fare il primo passo e la sento ancorata. Non mi fido molto, però non ho altra scelta. Attraverso questa zona di guadi che non sembra, ma è attrezzata!
Penso che i problemi maggiori siano terminati e vado avanti per un po’.
È giunto il momento di ballare Maracaibo.
Erba forza 9. Fuggire sì, ma dove? ZA ZA!
La seconda volta in cui mi ritrovo in difficoltà. Adesso è anche peggio! No, sono troppo stanca! Come posso reggere altro stress ancora?
Sono arrivata a una baita chiusa che ha davanti una fontana. Sono contenta, perché la mia acqua è praticamente finita e posso bere a volontà. Guardo la traccia e sono all’Alpe Böc. Finisco il rifornimento e mi rimetto in cammino. Sì, nei miei sogni. La traccia, in teoria, parte poco sotto la fontana. Ma della traccia, non c’è traccia!
Ho una direzione, ma non vedo nulla. Questa volta perdo (credo) un’ora avanti e indietro a gironzolare, cercando di capire se c’è un qualcosa a cui mi posso aggrappare. Osservo tutto, so di dover andare verso destra. Guardo la conformazione del terreno, faccio vari tentativi di “andare a vedere” per poi finire nella “giungla” e dover ritornare al punto di partenza. Il buio non aiuta, la mia frontale nemmeno. Sarebbe meglio averne una più potente e con un fascio di illuminazione più ampio. Il GPS è inaffidabile, comunque sia mi dà la direzione, anche se non basta.
Qui ritorna il nervoso e qualche pensiero intrusivo.
Non c’è soluzione. Non c’è il sentiero. Dovrai passare la notte all’addiaccio, non va bene. Chi te lo fa fare? Se ti fermi arriveranno degli animali a farti visita.
Mi stupisco di essere ancora lucida e attenta, giusto quel che serve per ragionare e non dare troppo peso ai pensieri negativi. Insisto, ci sarà questo sentiero da qualche parte. Alla fine ho provato a scendere un pendio ripido e più avanti ho visto qualcosa. Una sorta di (chiamiamola) traccia. Dopo sembra sparire lo stesso, ma è già un qualcosa. La seguo e finalmente credo di essere sulla retta via.
Cammino tanto. Vorrei fare una pausina per sedermi un attimo, sono troppo stanca. Ho sonno, in aggiunta ho dormito poco la notte scorsa. L’intuito, però, o qualche vocina interiore mi spinge a camminare in modalità pilota automatico. Altrimenti, se mi fermo, sarà un gran casino. È più difficile ripartire in queste condizioni.
Ho un po’ di fame e mi ripeto in continuazione mangerai in macchina, pedala che mangi dopo.
L’unica cosa che mi permettevo era di bere, quello sì.
Sono entrata nel bosco e la traccia diventa finalmente visibile. Cammino, cammino con passo spedito. Sento dei rumori di animali, o delle foglie degli alberi che cadono. Ci saranno sicuramente, ma non li vedo. Cammino, cammino finché non arrivo in un punto dove non c’è più il sentiero, entro nella “giungla” e capisco subito che non vado da nessuna parte.
NO! ALT! Cos’è successo al sentiero?! Un’altra volta? Basta. Basta! BASTA! A posto così!
Parte il terzo ballo.
Evvai con Baila tu cuerpo alegria Macarena Heyyyy, Macarena, AY!
Ahi ahi, non ci posso credere! È successo ancora. Calma, Vera, mantieni la calma. Non sta accadendo nulla di nuovo! Cerca il sentiero, si sarà smarrito da qualche parte… ci sarà un bivio che non hai visto? Prova, riprova, vai a vedere di qua, vai a vedere di là.
Voglio chiudere gli occhi e, allo stesso tempo, sono in allerta con le antenne drizzate. Inizio a pensare a Walter Bonatti, uno dei miei miti… quello più importante.
Walter, mandamela buona, cavolo!
Sembra uno scherzo questa discesa. Se fosse stata “soltanto” infinita sarebbe, comunque, riduttivo. Penso alle avventure di Bonatti, penso al libro che sto leggendo in questi giorni La morte sospesa, di Joe Simpson. Penso che questi miti sono sopravvissuti a delle sofferenze immani e quello che sto vivendo io, in questo momento, non è niente.
Dai, Vera!!! Su, cerca di scrutare l’ambiente e di trovare il sentiero giusto. Dopo quasi mezz’ora (credo), l’ho trovato. C’era un bivio in cui si staccava un sentierino poco evidente e scendeva a sinistra, era questo.
A vederlo inizialmente sembrava che non portasse da nessuna parte. Invece era il sentiero evidente quello senza uscita.
Adesso non “festeggio” neanche più, sono anestetizzata dal concatenamento dei balli. Questi sono gli ultimi sforzi e prima o poi arriverò al bivio dove incrocio il sentiero di Pagnona.
Ora sono in terra che conosco, scendo in paese e atterro in macchina. Il rientro, guidando fino a casa non è stato affatto semplice. Ho dovuto inventare mille escamotage con finestrini aperti ed il fresco sul muso per mantenere la lucidità.
Fine avventura, che non dimenticherò mai.

Mi sono quasi pentita di non essermi spostata in un laghetto piccolo con delle cascate che riuscivo a vedere parzialmente, non lontano dal terzo punto critico. Al buio diventava, senz’altro, fantasmagorico e bellissimo. Era fuori sentiero, comunque di facile accesso. Avrei voluto stare in quell’ambiente e scattare qualche foto. Pazienza.
Dicevo all’inizio che non voglio conquistare… insomma, non è vero al 100%. L’unica cosa che voglio conquistare è l’inutile, che poi, guardando bene, è la cosa più utile che ci sia alla mia vita.
Walter, ti penso e ti ammiro sempre di più.
Ti ho pensato, soprattutto nei momenti al buio.
Postumi
Dove
Alpi Orobie
Linea seguita
Pagnona – Monte Legnone – Traversata in cresta (DOL) – Pizzo Alto – Alpe Deleguaggio – Pagnona
Dislivello +
Circa 2500 m
(volevo arrivare a 2000 m)
Sviluppo
24 km
(percepiti: il doppio)
Durata
Troppo lungo
Stato fisico
In partenza elettrica
Al Pizzo Alto svuotata
All’arrivo in macchina una presenza ectoplasmatica
Stato mentale
Bipolare tendente al tripolare
Modalità
In solitaria
Compagni
Mucche
Stambecchi (padroni di casa)
La viperetta
Pecore multicolore
La marmotta frettolosa
Pensieri intrusivi
VerA
Impervia










