LA MIA PRIMA SNIFFATA DI COCA
PIZZO COCA – SETTEMBRE 2025
Cronaca di una tossica al primo assaggio del Re delle Orobie.
Nel mio quadernino dello spaccio ci sono montagne che fanno girare la testa.
Alcune sono leggere.
Altre creano dipendenza.
E poi c'è il Coca.
Il Re delle Orobie.
Quello che per mesi ho considerato troppo forte per me.
Così, quando finalmente è arrivato il giorno giusto, ho fatto quello che ogni tossica di montagna avrebbe fatto.
Ho tirato su il naso.
E sono andata a farmi.

Non potevo entrare nel mondo delle droghe pesanti in un altro modo.
Con il Re delle Orobie.
Il Pizzo Coca.
Materiale di prima qualità.
Altissimo.
Purissimo.
Levissimo.
Sfasciumissimo.
Pesantissimo.
Sì.
Il dislivello.
L’ho sofferto non poco, ma ci arriveremo.
Nel mio quadernino dello spaccio ci sono segnate tutte le droghe da provare. Da Don(na) Giovanna, collezionista di amanti grazie al Tinder delle montagne a drogata, il passo è breve e il Coca era nel mirino.
Ricordo che neanche un anno fa pensavo fosse quasi impossibile per me da raggiungere, per via della difficoltà dalla Bocchetta dei Camosci in poi (diventa alpinistica) e per via del dislivello. Credevo di non riuscire a sopportare un’ascesa del genere. Già i 1600 m del Grignone erano infiniti, pesanti, figuriamoci 2000 metri di dislivello positivo. Anzi, qualcosa in più, 2130 m, circa.
Con l’avvento dell’estate c’è stato il tanto desiderato abbattimento del muro mentale (e fisico) del dislivello e delle bestemmie con la traversata del Monte Legnone al Pizzo Alto da Pagnona. Allora si è aperto un nuovo mondo per me.
Quello, appunto, delle droghe pesanti.
Tante montagne sono diventate possibili da sniffare.
Ricordiamoci una cosa: le montagne non si conquistano.
Si sniffano.
Punto e a capo.
E, quando la testa vede o annusa la possibilità e ci crede veramente, allora si spalanca un mondo di meraviglie. Sì, perché l’Italia ne è piena.
Da overdose!
Ho atteso l’occasione perfetta. A inizio settembre, dopo giorni di pioggia, il meteo prometteva una finestra di bel tempo. Un sabato in cui ero libera, guardando le previsioni, mi sono detta: è ora o mai più!
Dopo la pioggia, le nubi hanno ceduto il posto ad un cielo pazzesco, senza i soliti rannuvolamenti sul Coca e dintorni che si formano dopo mezzogiorno.
Quindi, posso andare con calma, risalire tutto senza preoccuparmi troppo di quanto tempo devo impiegarci, tanto, il meteo sarà stupendo per tutta la giornata.


Potevo giocarmela, permettermi di essere lenta quanto basta per assaporare tutto e poter sopportare il dislivello immane.
Ho ricevuto qualche raccomandazione per non assaggiare la prima Coca in solitaria, e, ve lo dico sinceramente, ci sta. Se non siamo abituati, non sappiamo come reagiremo all’effetto di questo sballo. Per l’esposizione molto forte a queste sostanze e per la stanchezza che si accumula prima della parte alpinistica, con passaggi tutt’altro che semplici. Ti balla l’occhio e non solo.
Poi, risalire tutto in giornata da Valbondione è tosta. Lo sapevo e l’ho sofferta.
Sicuramente è più appagante spezzare questa sniffata in due tiri, pernottando al rifugio Coca con i noiosissimi primi 1000 m di dislivello (più o meno) nel primo giorno e lasciare la parte più bella e impegnativa per la seconda giornata. Cosa che hanno fatto in tanti quel weekend e hanno fatto bene.
Io invece sono pirla!
Per quanto riguarda l’andare in solitaria la prima volta, diciamo che il fatto che fossi andata di sabato già mi preannunciava una fila di drogati pronti a lottare per conquistare una dose di Coca.
Calma, ragazzi, ce n’è per tutti! Basta e avanza.
Dunque, dire che ero in solitaria è un ossimoro. Davvero!
E la cosa mi dava un po’ di fastidio, perché apprezzo di più la montagna con poca gente, però trattandosi del Re delle Orobie, non mi posso lamentare affatto. Anzi, qualcuno che mi buttava un occhio in discesa c’è stato ed è un bene, anche se, ormai, non c’era quasi più nessuno in giro nel pomeriggio.
Allo stesso tempo devo dire che la discesa dal Coca, anche se più impegnativa della salita, l’ho vissuta diversamente, appunto, perché non c’era più “la fila”. Non c’era praticamente nessuno, mi ero riposata prima in vetta e avevo riempito il pancino.
Ero quasi rilassata e non ho avuto paura in discesa. Il silenzio, la tranquillità e la calma si facevano sentire.
Io mi concentravo sui passaggi, cercando, osservando e tastando gli appigli lentamente.
E alla ricerca dei bolli sbiaditi, naturalmente.
Alla Bocchetta dei Camosci incontro, non un camoscio, ma uno stambecco che mi farà compagnia, sia all’andata che al ritorno. Questo bel monellino voleva certificarsi che non sarei mancata all’appello dei drogati che hanno fatto ritorno dalla vetta con la loro dose e con gli occhi straffati di magia.

All’andata incontro qualche viso conosciuto con amici, mentre io magnavo alla bocchetta e attendevo che la fila fosse diminuita. Molto gentilmente mi hanno consigliato di stare attenta ai bolli o alla loro mancanza, in quanto erano sbiaditi e si faceva in fretta a perdere la strada, soprattutto in discesa.
Questo è un fatto che ho potuto constatare di persona, in quanto ho fatto un piccolo tratto di discesa alternativo in disarrampicata, per nulla semplice (avevo capito che non ero più “in carreggiata” e sono scesa in un punto parallelo a dove sarei dovuta scendere).
Mi sono accorta che in basso, ancora prima di toccare terra, c’era un tratto di roccia con un saltino che mi sembrava liscio e non sarei arrivata facilmente con le gambe e piedi a terra. Mi sono detta: mmmm… ora torno su e cerco meglio la strada, non è questa la via!
Piano piano, spostando un po’ il corpo ho trovato un modo di scendere quel punto, anche se impegnativo. In seguito mi ritrovo il canalino iniziale, anche questo da disarrampicare.
Buona idea, no?
Se non puoi vincere il nemico, unisciti a lui! Cosi dicono.
In vetta ci sarebbero stati altri incontri con delle chiacchierate piacevoli. La verità è che dalla vetta io non me ne volevo più andare… si stava così bene. Uffa!
E chi ha voglia di scendere con un panorama della madonna davanti a questi occhi che la terra mangerà un giorno, un cielo pazzesco e pulitissimo, un sole tiepido e l’assenza di vento? Sfido chiunque a farlo!
E c’hai lo Scais e il Redorta lì davanti, intravedi il Diavolo che vuole giocare a nascondino con le Grigne in lontananza. Ti giri e noti la Presolana che ti chiama: «hey tesoro, quando vieni a trovarmi?»
Ti giri ancora e vedi il gruppo dell’Adamello che ti lascia a bocca aperta.
E poi c’è il lago del Barbellino e parte della Valmorta. Vedi tante cime orobiche.
Senza contare la famosa croce di vetta con la campana che ho suonato per il mio bimbo, lui super appassionato di campane.


Dopo aver superato la Bocchetta dei Camosci in discesa, mi rilasso di più. Certo che le ginocchia iniziano a lamentarsi non poco, io tiro fuori i bastoncini e le zittisco. Loro si lamenteranno per tutto il tragitto, infinitamente infinito.
Il creato, Dio, quello che volete, avrebbe dovuto vietare le discese. Immagino una sorta di ascensorino volante, stile micro elicottero futuristico che mi porta a valle agevolmente.
Ok, basta Coca!
Mi godo la luce del tardo pomeriggio e saluto le tante pecore e gli stambecchi che incontrerò lungo la discesa. Loro non hanno voglia di spostarsi, io chiedo permesso e mi ridono in faccia:
«Ma va la!
E chi ti conosce?!»
Prima di puntare verso il Rifugio Coca e prepararmi per la discesa a Valbondione che diventerà noiosa, buia e infinita, mi prendo del tempo per una piccola pausa al Lago di Coca, in ombra.
Apprezzo il silenzio di tutti i giganti orobici attorno al lago. Sono felice e me ne rendo conto.
Eh niente, dopo mi attenderanno le urla delle ginocchia, come previsto.
«Stronza, te la faremo pagare!»

P.S.: Ecco, io non voglio sembrare pazza, anche se… dunque, vado diretta al punto.
Sono sicura di essermi imbattuta in una iena maculata al mattino presto. Erano le 05:30 o poco più, ho da poco passato il bivio con la strada che sale a Spiazzi di Gromo. È ancora buio in strada.
L’auto davanti a me inchioda e fa una sorta di zig zag. Ho capito che si trattava di un animale. Ci passo anch’io, adagio e mi trovo davanti e poi di fianco a una iena spaesata che mi guarda, probabilmente spaventata dalle luci delle macchine.
Mi prende un colpo, perché sono sicura di quello che ho visto. Solo che… le iene non vivono in Italia, a parte quelle che abitano a Cologno Monzese!
Come posso spiegare questa cosa?
Un’overdose ancora prima di incontrare il mio Coca?
Oppure le iene vivono davvero in Val Seriana e nessuno ce lo vuole dire.
Postumi
Dove
Alpi Orobie Orientali – Bergamasche
Linea seguita
Valbondione – Rifugio Merelli al Coca – Pizzo Coca – Lago di Coca – Valbondione
Dislivello +
2130 m
Sviluppo
Quasi 13 km
Durata
Sveglia alle 03:00
Rientro a casa col buio negli occhi
Mi pare di aver detto tutto
Stato fisico
All’entrata in circolo della Coca ho visto gli unicorni in vetta
Il fisico presenta il conto dopo la Via Crucis
Insultata dalle ginocchia in discesa
Stato mentale
Quelli che hanno spezzato la salita in due giorni sono intelligenti
Chi me lo fa fare?
Non arrivo più in vetta
Sono la più lenta!
Sono cretina!
Non voglio più scendere!
Vieni con me, stambecchino?
La Coca è finita
Sono in down
Devo procurarmi una nuova dose al più presto
Non lo farò mai più
(Bugia)
Modalità
In solitaria
Almeno nella teoria
Compagni
Cosa ci fa uno stambecco nella Bocchetta dei Camosci?
Stambecchi addetti al controllo antidroga
Pecore che supervisionano gli stambecchi
Drogati in cerca della loro dose
Dove sono i camosci?
Chi è il pusher?
Indagine in corso
VerA
Impervia










