LINEA INTERROTTA
PIZZO QUADRO – LAGO DEL TRUZZO – PASSO DELL’ ALPIGIA – AGOSTO 2025
Un secondo 3000.
Un secondo rientro senza segni.
Non è la cima che misura un’escursione.
È il momento in cui il sentiero sparisce,
la luce se ne va
e capisci che nessuno verrà a dirti dove andare.
Sei tu a gestire quello che non controlli più.
È lì che comincia davvero il rientro.

Che bello quando inizia agosto: mi piace assistere all’esodo verso il ma… ah no.
Quest’anno direi proprio un esodo verso le montagne.
Sono del team montagna, ma allo stesso tempo la mia indole non è molto compatibile con tanti escursionisti tutti insieme. Mi passa la magia. Voglio scappare dal caldo, conoscere possibilmente un nuovo 3000 e desidero essere sola, o quasi.
Bene, la soluzione c’è. Ho un tris di opzioni nella manica: le ho studiate e la scelta ricade sulla Val Chiavenna, in particolare sulla catena della Mesolcina settentrionale nelle Alpi Lepontine.
Invece di lanciare la moneta in aria e giocare a testa o croce, ho preferito decidere attraverso il nome. Uno dei candidati aveva un nome più originale.
Che voglia di sogno e di libertà!
«Ambrogio, avverto uno strano languorino… desidero una mostra a cielo aperto! Un viaggio nell’inconscio, fuori dai confini razionali, dove possa entrare nella magica dimensione onirica della montagna. Ho voglia di colori, di laghi, di vette rocciose a testa in giù.»

«Capisco, Signora.»
«Ambrogio, non ho assunto nessuna sostanza stupefacente! Semplicemente cedo al richiamo del movimento artistico che amo tanto: il Surrealismo, le opere di Dalí, Ernst, Breton, Magritte e Man Ray. Arte. Dipinti. Quadri.»
«Mi sono permesso di pensarci, Signora: come le suona il Pizzo Quadro?»
Bim bum bam, la scelta è fatta!
Come nella precedente traversata dal Monte Legnone al Pizzo Alto, ci voleva ancora un po’ di surrealismo durante la discesa al buio. E anche questa volta non mi sono fatta mancare nulla.
Oh no. Ci sono cascata di nuovo.
«Bravo, Ambrogio!»
Soltanto io so quanto Ambrogio mi sarebbe servito durante il viaggio di andata — senza limousine, visto che non passerebbe nei tornanti — per evitare lo stress. Lo stress del mio catorcio, che minaccia nuovi problemi.
In genere sono abbastanza tranquilla, ma quella mattina presto, con la strada ancora libera, dopo aver percorso i primi tornanti verso Campodolcino in modo fluido e piacevole, arrivo dietro a una macchina che non aveva la minima idea di come affrontare quei benedetti tornanti ed era esageratamente lenta… in salita.
Sento salire immediatamente l’acidità nello stomaco. Parte il bestemmiage mentale e verbale in solitaria.
Ma perché???
Sembrava troppo bello guidare tranquilla!
Pochi minuti dopo ci pensa il catorcio a farmi passare l’acidità e a spostare l’attenzione completamente su di lui. Proprio nei tornanti mi fa uno scherzo: vuoti nell’erogazione del gas. Uniti ad altri sintomi notati nelle settimane precedenti, capisco subito.
Saranno le candele. E adesso? Vado avanti? Torno a casa? No, che tornare a casa! Voglio andare in montagna. Sono qui. Torno indietro? NO.
Arrivata a Campodolcino e finalmente libera dalla macchina davanti, imbocco la strada stretta che sale a Starleggia, dove devo parcheggiare e partire per la risalita al mio Pizzo artistico. Percorro quella stradina in uno stato misto di coraggio, testardaggine e paura.
Per fortuna il catorcino mi risparmia ulteriori scherzi e bestemmie.
Si parte.
Il sole sembra padrone del cielo, ma tira un’aria frizzantina. Nei giorni precedenti aveva piovuto e le temperature erano scese.
Dopo un primo tratto su strada sterrata e poi nel bosco, il panorama si apre e il sorriso torna sulle labbra. Devo salire ancora un poco per riuscire a vedere la vetta che voglio conoscere oggi.
Nel frattempo mi accorgo di essere finita fuori sentiero. Prima era segnato bene. Poi, a un certo punto, perdo il filo e finisco nel vallone un po’ più in basso, tra guadi e rii da attraversare. Mi sono distratta a guardare il panorama?
Hum… non saprei.
So solo che devo salire verso destra e ravano un pochino tra erba, sassi e terreno zuppo d’acqua. Tutto regolare. Perfettamente coerente con i trascorsi dell’escursione precedente.
Finalmente vedo un bollo in alto su una roccia. Sono contenta: devo arrivare proprio lì e proseguire verso la dorsale che conduce al Bivacco del Servizio e poi alla cresta del Pizzo Quadro.


La dorsale — prima erbosa, poi rocciosa — è molto panoramica, esposta da un lato e con una visuale magnifica sulla Valle della Sancia.
Non so perché, ma il nome mi sembra decisamente figo: Fil Marsc.
Arrivo al Bivacco del Servizio, mangio e cambio assetto: tira un vento forte e parecchio freddo. Le cime più alte della Val Chiavenna sono avvolte dalle nuvole e il Pizzo Quadro, con i suoi 3015 metri, alterna sole e nubi basse che vanno e vengono. In cima vedo tre o quattro persone. Incrocio un ragazzo in discesa.
«Com’è il vento in cresta?»
«Fattibile.»
Ok, vado con calma.
Dopo il bivacco il sentiero diventa più impegnativo: un lungo traverso stretto ed esposto nello sfasciumage più totale, a tratti ripido, poi la sella e infine la cresta faticosa dove bisogna cercare ometti non sempre evidenti. A volte vado a sentimento, fino a superare alcuni salti di roccia sotto la cima (passaggi di I e uno di II grado). Il tutto condito da un terreno instabile dove non conviene scivolare.
In vetta è nuvoloso. Sto per arrivare. Il vento è gelido e… nevischia proprio sulla cima.
La vetta del Pizzo Quadro è ampia e pianeggiante, con la croce e alcuni ometti sparsi. La vista è spaziale, anche se meno pulita di quanto sperassi. Vedo la Diga del Truzzo in basso e alla sua destra spunta il Lago Nero.
Giusto il tempo di qualche foto, una piccola passeggiata e poi riparto: il vento freddo sta rimbambendo la sottoscritta e questa pirletta dovrà prendere una decisione importante.



Sono scesa con molta calma (ometti più visibili in discesa) fino a un bivio che avevo già adocchiato all’andata. Ecco.
È giunta l’ora di partire con i casini!
Questo perché a casa avevo previsto due opzioni per il giro:
1 – Risalire il Pizzo Quadro con andata e ritorno dallo stesso sentiero per poco più di 1500 m di dislivello positivo e stop;
2 – Allungare il brodo e scendere a vedere il Lago del Truzzo, ben consapevole di ciò che mi aspettava: una lunga discesa, la traversata dell’intera diga e la successiva risalita verso il Passo di Alpigia, per poi percorrere un lungo sentiero in una zona poco battuta che mi avrebbe condotta infine a Starleggia. Il tutto in parte al buio. Questo è poco, ma sicuro!
Nel vallone avrei dovuto passare dall’Alpe del Servizio. Zona da vero mal di testa, al buio.
Vera, quello che è successo lo scorso giro è probabile che si ripeta, lo sai?
Non hai bisogno di altri mal di testa, vero?
Facciamo una cosa più tranquilla questa volta?
Sono arrivata al bivio che ho menzionato prima, che solo a guardare la prima parte della discesa avrebbe fatto passare la voglia a tanti malcapitati dopo il Pizzo Quadro, me inclusa. Una discesa ripida tra sfasciumi verso il vallone che conduce alla diga.
Dai, perlomeno sembra bollato bene.
Avete già intuito la decisione, vero?
Tutto colpa di una curiosità irrefrenabile e gran voglia di scoperta. In quel momento avevo pure il mal di testa. Volevo andare a vedere il lago.
La diga funge da balcone su alcuni giganti della Valtellina. Dunque, vale la pena lo stesso!
La discesa verso il lago si snoda in un ambiente meraviglioso, però lungo, solitario e a tratti molto impervio. C’è stato un tratto con erba alta in cui non sapevo se ridere o piangere, o tutti e due in contemporanea.
Giungo finalmente all’inizio della diga. Che spettacolo!
Mi si presenta davanti un’alternativa che accorcia un pochino il giro ed evita di farmi costeggiare tutto il lago. Questa variante di sentiero è nuova e non è presente nelle mappe. Rimonta un pendio impervio, un mix tra erba alta, pietraia, sfasciumi e altre amenità. Più in alto è stato attrezzato un tratto con catene nuove di zecca.
Eddai, anche questo sentiero è bollato a un livello professionale che manco Esselunga potrebbe raggiungere!
Continuo. Arrivo in alto a uno stupendo pianoro roccioso dove mi sento fortunata ad avere un panorama della madonna sul lago, in esclusiva… o quasi. Credevo di essere completamente sola e anche lì trovo, non pecore, ma capre juventine che, appena mi vedono, si fermano di colpo. ALT!
Iniziano a dirigersi verso di me. Tutte.

Ehilà, cosa succede qui?
Che cosa hanno gli animali contro di me?
Lasciatemi in pace, dannazione!
Cerco di nascondermi e, piano piano, se ne tornano dov’erano prima, a brucare l’erba sul pianoro.
Zitta, riparto come un detective in incognito e arrivo all’Alpe Alpigia poco prima del tramonto.
Sono stanca. Mi fermo a osservare il vicinissimo Pizzo Camoscie (ci vuole un racconto a parte), la Val Bregaglia in fondo e le nuvole dalle forme particolari, le nubi lenticolari. Sono sicuramente opera del vento, che non si attenuava più di tanto.
Ora cambio versante e c’è un leggero saliscendi. Continuo allegra, perché ripeto sempre: Perlomeno è bollato bene!
Sì, finché non arrivo in una zona del vallone non lontana dall’Alpe del Servizio.
In quel momento spariscono i bolli, sparisce il sentiero (vedo qualche tratto esile qua e là, ma non porta da nessuna parte). Arriva il buio. Mi fermo a preparare la frontale.
Adesso che è buio perdo i riferimenti del vallone aperto. Perdo anche i bastoncini Findus, rimasti appoggiati sul sasso dove mi ero fermata prima. Peccato che me ne accorga soltanto venti minuti dopo!
Vera, volevi il mal di testa? Servito!
Cerco di risalire al punto dove mi ero fermata, sperando di recuperare i bastoni. Sì, certo. Come no?
Ravano, ravano, cerco di orientarmi e riconosco qualche tratto nella zona X, o almeno lo spero.
Dopo un po’ di girovagare ritrovo i bastoncini! Uffff, questa è fatta, ma il resto no. Scendo nuovamente e finisco nel marasma più totale della vegetazione, tra corsi d’acqua, rocce e buio.
A un certo punto vedo un bollo molto sbiadito, così, per caso. Poi non vedo nient’altro. Anche qui cerco l’aiuto di Padre GPS, che mi indichi perlomeno la direzione. Ravano, bestemmio e finalmente vedo alcuni elementi che diventano l’indizio che sto per arrivare all’Alpe del Servizio.
L’alpe sembra disabitata e posso vagare in “tranquillità”, senza destare allarme a nessuno. Dall’alpe in poi il sentiero è bollato e, anche se devo risalire un pendio al limite del bosco, la certezza di essere finalmente su un sentiero fa sparire la fatica. Anzi, divento quasi una scheggia (non impazzita), tutta contenta per aver ritrovato il sentiero.
Ultimo momento adrenalinico della giornata, ormai seratona… la macchina è un po’ fiacca alla partenza (da aspettarselo). La prospettiva di dover dormire in macchina non mi esalta.
L’indomani non resta altra soluzione che scaricare il catorcio direttamente in officina, la sua seconda casa.
Risultato: non erano le candele, ma gli iniettori sporchi.

«Ambrogio, chiama Walter, per favore!»
«Signora, mi scusi, ma il signor Bonatti è morto più di dieci anni fa!»
«Ambrogio, è solo diversamente vivo…»
Postumi
Dove
Catena Mesolcina – Alpi Lepontine
Linea seguita
Starleggia – Bivacco del Servizio – Pizzo Quadro – Diga del Truzzo – Passo di Alpigia – Alpe del Servizio – Starleggia
Dislivello +
Sui 1900 m
Sviluppo
19 km (a grandi linee)
Durata
Non ho imparato nulla dal giro precedente
(traversata dal Monte Legnone al Pizzo Alto da Pagnona)
Stato fisico
Mal di testa fisico
Mal di testa psicologico
Stato mentale
Ansia, ho già detto che TI VOGLIO SPOSARE?
Salvador Dalí, facciamo un trip insieme?
Modalità
In solitaria
Compagni
Capre juventine
VerA
Impervia










