Non era solo la ferrata

NON ERA SOLO LA FERRATA

FERRATA DEL CENTENARIO AL MONTE GRONA (INCOMPLETA) – MAGGIO 2025

Non tutte le difficoltà sono sulla parete.
Non avevo poco tempo.
Avevo poco margine.

La giornata era iniziata in salita ancora prima della montagna: traffico inatteso, decisioni accelerate, incontri che non avevo cercato.

Io volevo solo una cosa semplice.
Entrare in ferrata da sola.

Quando ho iniziato a salire, credevo che la difficoltà sarebbe stata la roccia.
Solo più tardi ho capito che il problema non era la ferrata.


Il forte desiderio di conoscere questa bella, ma difficile ferrata mi ha fatto scegliere un giorno che si è rivelato sbagliato per la mancanza di tempo. Avere il tempo contato e dover far ritorno a una certa ora mi mette già sotto pressione, quando (parlando personalmente) dovrei avere la testa libera per fare una ferrata, specie se difficile. Figuriamoci se, nel frattempo, accadono peripezie da giornata NO che ti fanno perdere quel poco margine di tempo che hai in tasca. E anche la pazienza. Pure la voglia.

Risultato: ho dovuto rinunciare alla ferrata alla seconda via di fuga, quando lottavo contro il tempo e avevo già capito dentro di me che era più che ora di levarmi dalle scatole. Solo che facevo fatica ad accettarlo e andavo avanti. Niente, ho dovuto fare i conti con il tempo, che non si ferma mai (mannaggia), e ho preso il sentiero della Direttissima per far ritorno alla macchina.

Quasi quasi potrei fare un elenco degli elementi NO:

1 – Traffico assurdo sulla statale Regina in un giorno infrasettimanale, in orario non di punta. Code lunghe, senza un perché, non essendoci incidenti né lavori in corso. Dopo ho capito che esiste una sorta di regolamentazione del traffico per evitare l’incrocio di pullman e camion nei punti più stretti della strada.
2 – Una persona che si mette a parlare con me e cerca di farmi desistere dal fare la ferrata perché sono sola. Io ho un problema: sono abbastanza educata.
3 – Piccola scivolata con annesso piccolo infortunio e morale non a terra, ma proprio sotto.
4 – Non riuscivo a entrare in contatto con mia mamma, in Portogallo, e dovevo restare quasi costantemente in contatto con lei per una serie di ragioni personali, anche di salute. L’unica cosa positiva (che sapevo già, visto che non era la prima volta al Monte Grona) è che il telefono prende quasi sempre in quella zona. Ma lei non rispondeva e la cosa iniziava a preoccuparmi. Fortunatamente stava bene e non è successo nulla.

Bene, la premessa è quella giusta!
Vera, beccati quasi un’ora di coda sulla statale Regina. Toh, mettiamo un po’ di pepe in questa mattina! Dai, vedrai che non ce la farai!

L’incazzatura si fa sentire silenziosamente dentro di me, in macchina, anche se non pronuncio una parola. Ero incredula, incavolata nera, anche se all’apparenza mi vedevo tranquilla. In fondo vedevo la possibilità concreta di fare questa ferrata scivolare tra le mie mani che sudavano freddo — e caldo — perché anche quest’ultimo iniziava a farsi sentire.

Se continua così torno indietro. Come faccio a percorrere tre ore di ferrata, per la prima volta, se il tempo lo perdo nel traffico?
No, no. Spendo benzina e un’opportunità per cosa? Tornare indietro? No, vado. Ce la farò. La giornata è meravigliosa.

Ferrata Monte Grona

Andiamo al sodo. Faccio l’avvicinamento più in fretta che posso e sudo parecchio: è quasi l’una del pomeriggio.

La giornata è spettacolare, sole e cielo senza foschia. Il panorama da cartolina su Bellagio e sul lago di Como è spaventosamente bello. La vista sui laghi di Piano e di Lugano non è da meno. Io, mezza frustrata, non riesco a godermi quei panorami che alimentano la mia anima a ogni passo con la dovuta tranquillità.

Un po’ di foto (ho risparmiato le centinaia di scatti “as usual” per il poco tempo a disposizione) e via. Adesso mi preparo per partire. Sono all’attacco e ritorna il solito entusiasmo.

No, aspetta! Ho fame, e non poca. Mangio il primo panino. Ora sì che parto!

Mi ero informata su questa ferrata e mi aspettavo la presenza sia del cavo sia della catena. Ma in loco ho potuto constatare che la loro collocazione non sempre è ottimale. A volte s’incrociano e mi incasinano più che aiutare. Altre volte il cavo si allontana dal punto che trovo più logico e mi tocca agganciare i moschettoni alla catena, che è grossa.

Trovo questa ferrata decisamente non facile, con punti impegnativi piuttosto frequenti. La percorro ascoltando il rumore del tic tac dell’orologio mentale. La cosa positiva è che non vedo nessuno: solo silenzio. Ma non per molto. Mi accorgo che arriva una coppia di stranieri sferrati e veloci e mi sento ulteriormente in pressione. Non mi piace avere gente alle calcagna, a meno che non siano persone con cui sto salendo insieme.

Arrivo a un terrazzino. Ho un sasso sporgente da risalire che mi sbilancia all’indietro. Devo cercare appigli per i piedi sulla roccia sottostante, ma capisco che è liscia e non li vedo bene, oltre a sembrare inesistenti.
No good.
Salgo credendo di aver trovato qualcosa, ma il piede scivola e mi ritrovo appesa alla catena con una mano che rischia di mollare da un momento all’altro. Scivolo lentamente per circa un metro e finalmente capisco che devo trovare un appoggio per i piedi. Mi graffio un pochino e non riesco ad arrestare la scivolata: non ho abbastanza presa sulla catena.

Scivolo in slow motion, con classe.
Ormai tocco terra e capisco che non mi sono fatta niente di che. Tre secondi dopo vedo del sangue scendere dal dito mignolo. Ma non poco.

Vera, che diamine hai fatto?!

Una scivolatina di niente mi ha procurato un bel taglio sul dito, per niente carino. E non avevo sentito nulla! Mi sgancio dai cavi della ferrata e sento che manca poco all’arrivo dei due ragazzi.
Qual è la mia preoccupazione?
Non far vedere agli altri che sono scivolata e leggermente infortunata.

Mi apparto accanto a un sasso, cerco di fermare il sangue e pulire. Loro arrivano, mi guardano e io gli dico di andare avanti, con un sorriso: “Ciao! Andate pure, faccio una pausetta”.
Intanto ci sono gocce di sangue ovunque!
Se ne vanno e io, sola soletta, cerco di cancellare le tracce della “scena del crimine”. Tiro fuori il kit di autosoccorso, disinfetto, sistemo il taglio (per quanto possibile) e fascio il dito.
Solo allora mi maledico per non aver messo subito i guantini super fashion da giardinaggio, con un grip della madonna e completamente chiusi. No: avevo scelto i guanti scarsi da arrampicata con le dita scoperte perché oggi fa caldo.

Voilà. Bim bum bam. E adesso hai un dito fuori uso, Vera.

Bisognerebbe commemorare il primo infortunio. Ma non c’è tempo. Anzi, ne ho già perso altro.
Il dito inizia a far male. Infilo i guanti giusti, così tengono la ferita composta. Riparto e rifaccio il passaggio un po’ arrabbiata. Cerco di toccare il dito il meno possibile. Ok così.
Inizio a capire che a questo ritmo non ce la farò. Il morale scende. La salita diventa più ripida anche mentalmente. Mia mamma continua a non rispondere al telefono. Sono lì, ma non sono lì.

Sono in un mondo composto da una ferrata, un panorama pazzesco che non guardo nemmeno più e pensieri inutilissimi come:
Vedi? Alla fine quello aveva ragione.
Cos’è, mi ha lanciato il malocchio?
Ma sei deficiente?
Non sei capace di fare una ferrata difficile?
Mamma, è successo qualcosa? Perché non rispondi?

Poi basta.

Vera, stai zitta e ascolta il tuo io interiore che dice: pirla, non era giornata.
Io gli rispondo: Ma quando mai hai parlato?

Arrivo alla seconda via di fuga. Guardo l’attacco dell’ultimo torrione.
Vai, ormai manca poco.
Poi vedo che è esposto. Sono stanca. Serve lucidità. Testa che ora inizia a dare forfait.
Guardo l’orologio e faccio i conti.

No. Non ce la farò in orario. Devo abbandonare. Fine. Stop.

Rientro di fretta, rivedo pure la persona di stamattina e ho quasi voglia di piangere. Non perché sono sensibile (anche se lo sono), ma perché non so quando potrò tornare.

Un senso di frustrazione mi pervade.

Scendendo la Direttissima osservo il lago di Como e Bellagio, più belli che mai, in un tentativo di auto-consolazione. La montagna e il lago che leccano le ferite del corpo e della mente.

Menomale che il giorno dopo ho mandato quei pensieri a fare in… e due giorni dopo mi sono rifatta con un’altra ferrata molto difficile: la Gamma 2 al Monte Resegone.

Cara Grona, ti penso spesso e ti prego di ascoltarmi. L’entusiasmo e la passione sono ora più forti che mai. Prima o poi verrò a trovarti. Ho un conto in sospeso con questa ferrata e una voglia pazzesca di risalire fino alla tua vetta, bellissima, con una delle viste più stravolgenti non d’Italia, ma del mondo intero.

Ti amo più che mai.
A presto.

Tua,
Vera

Postumi

Dove
Prealpi Lombarde / Prealpi Luganesi
Linea seguita
Monti di Breglia – Rifugio Menaggio – Ferrata del Centenario al Monte Grona – Monti di Breglia
Dislivello +
Non ne ho idea
Sviluppo
Idea non ne ho
Durata
Quella in cui senti il ticchettio dell’orologio ad ogni passo
Stato fisico
All’inizio carica
A metà ammaccata
Alla fine il dito è andato a farsi benedire
Stato mentale
Qualcuno ha un ansiolitico?
Modalità
In solitaria (magari)
Compagni
Molestatori umani
Farfalle
Turisti per caso (e non)
Pensieri intrusivi

VerA
Impervia

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